La diplomazia climatica cambia forma: meno vertici, più coalizioni operative

Dal 2015 in avanti, l’architettura negoziale costruita attorno alla United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC, e ai suoi vertici annuali COP ha rappresentato il canale principale della cooperazione internazionale sul clima. Un decennio più tardi, secondo un’analisi di Chatham House, quel modello mostra segni di logoramento evidenti, mentre attorno ad esso cresce un ecosistema diverso, fatto di coalizioni settoriali e iniziative di implementazione.
L’occasione per questa lettura è la London Climate Action Week, LCAW, svoltasi mentre gran parte dell’Europa usciva da un’ondata di calore record che ha chiuso scuole, bloccato attività economiche e mostrato i limiti degli sforzi di adattamento anche nelle economie più ricche. All’evento, che non è un forum multilaterale formale ma un contenitore diffuso di eventi paralleli, hanno partecipato oltre 75.000 persone in più di 1.300 eventi.
Il rapporto individua tre tendenze principali. La prima riguarda la centralità crescente della sicurezza climatica: la recente crisi dello Stretto di Hormuz viene citata come dimostrazione del legame sempre più stretto tra instabilità geopolitica, sicurezza energetica e transizione dai combustibili fossili. In questa direzione va il nuovo Climate Security Taskforce lanciato dal governo britannico durante la LCAW, che riunisce esperti incaricati di consigliare l’esecutivo sulle minacce climatiche crescenti.
Il Regno Unito aveva già inserito il cambiamento climatico tra le sfide alla sicurezza nazionale nella National Security Strategy del 2008; il percorso prosegue con la National Security Strategy 2025 e la Strategic Defence Review 2025. Altri governi seguono percorsi analoghi: la Strategia di sicurezza nazionale tedesca del 2023 definisce la crisi climatica una minaccia esistenziale per l’ambiente internazionale e di sicurezza del paese, mentre la Revue Stratégique francese del 2022, la National Defence Strategy australiana del 2024 e la National Security Strategy giapponese del 2022 integrano tutte il clima nelle valutazioni di resilienza e rischio strategico nazionale.
La seconda tendenza riguarda lo spostamento del baricentro dagli impegni dichiarativi all’attuazione pratica. Il dibattito sulla transizione energetica si concentra sempre più su competitività industriale ed elettrificazione, muovendo dal presupposto che la dipendenza dai combustibili fossili costituisca essa stessa una vulnerabilità strategica. Un esempio citato è il lancio, durante la LCAW, dell’iniziativa Electrify Now, una coalizione di governi e organizzazioni non governative sostenuta dalla Commissione Europea insieme a Regno Unito, Turchia, Australia ed Etiopia, tra gli altri, volta a promuovere l’elettrificazione di trasporti, edifici e industria come strumento di sicurezza energetica oltre che di riduzione delle emissioni.
Il quadro complessivo che emerge, sostiene Chatham House, non è quello di un multilateralismo climatico morto, ma di un sistema che si sta ridistribuendo su una pluralità di attori, città, imprese, istituzioni finanziarie, filantropia e società civile, con i governi che restano essenziali ma non più unici protagonisti. La leadership climatica, conclude il think tank, si misura sempre meno in dichiarazioni solenni e sempre più in credibilità sostenuta nel tempo e capacità di azione concreta attraverso coalizioni.
Il commento di GrNet.it
Che cosa significa, in termini operativi, dire che il clima è ormai parte della sicurezza nazionale? Significa inserirlo nei piani di resilienza delle infrastrutture critiche, nella pianificazione logistica delle Forze Armate esposte a eventi estremi, nelle valutazioni sulla dipendenza energetica da rotte marittime contese come quella di Hormuz citata nell’analisi. L’Italia, esposta su più fronti a stress idrico, desertificazione costiera e pressione migratoria climatica dal Mediterraneo allargato, non dispone ancora di un documento equivalente alle strategie di sicurezza nazionale citate nel rapporto, quella tedesca, francese o britannica, che formalizzino questo nesso in modo esplicito. Il rischio, se la cooperazione climatica prosegue per coalizioni settoriali fuori dai tavoli multilaterali tradizionali, è che i paesi privi di una propria task force dedicata restino spettatori di standard e priorità definiti altrove.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 13 luglio 2026



