Libano, il rischio di una guerra civile in stile libico

Un podcast dell’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha acceso un dibattito che va oltre la semplice dichiarazione diplomatica. Leiter ha affermato che le Forze Armate Libanesi, LAF, starebbero marginalizzando i militari sciiti nei propri ranghi per la loro riluttanza a colpire Hezbollah, sostenendo che circa il 25-30% dell’esercito è sciita e che tra il 30 e il 50% di questa componente sosterrebbe il movimento. Ne dà conto Ali Rizk in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, think tank vicino alla scuola realista statunitense.
Il presidente libanese Joseph Aoun ha smentito sia l’esistenza di una nuova brigata destinata ad attuare l’accordo quadro tra Libano e Israele — che lega un eventuale ritiro israeliano dal Libano al disarmo di Hezbollah — sia quella di un piano guidato dagli Stati Uniti per selezionare i militari libanesi in funzione anti-Hezbollah. Nessuna smentita ufficiale libanese ha invece riguardato le dichiarazioni di Leiter in quanto tali.
Indipendentemente dall’attendibilità delle parole dell’ambasciatore israeliano, l’articolo sottolinea che estromettere una quota significativa dell’esercito su base settaria avrebbe conseguenze gravi. Le LAF restano l’unica istituzione statale realmente multiconfessionale del Paese e, in quanto tale, il principale garante della stabilità interna.
Il corrispondente di guerra Elijah Magnier, intervistato da Responsible Statecraft, osserva che marginalizzare la componente sciita svuoterebbe l’unica istituzione ancora capace di incarnare la sovranità libanese, aumentando in modo esponenziale il rischio di conflitto interno in un equilibrio già fragile. L’articolo ricorda inoltre che alcune voci israeliane hanno indicato apertamente la guerra civile libanese come obiettivo di lungo periodo: un giornalista di Channel 13 ha dichiarato che «sembra che stiamo portando il Libano verso una guerra civile, forse non è così negativo per noi, lasciamo che il governo libanese combatta Hezbollah», ricevendo la replica di un collega secondo cui questo sarebbe l’obiettivo israeliano «fin dall’inizio».
Rizk collega la vicenda al parallelo tracciato dal vicepresidente statunitense J.D. Vance tra la guerra in Iran e l’intervento NATO in Libia del 2011, che innescò un conflitto civile tuttora irrisolto. Vance ha dichiarato che una trasformazione dell’Iran in una «Persia stile Libia» non sarebbe affatto nell’interesse degli Stati Uniti, viste le conseguenze sul flusso di petrolio dal Golfo Persico e sul rafforzamento di gruppi terroristici come ISIS-Khorasan, basato in Afghanistan.
Secondo l’analisi, lo stesso ragionamento si applica al Libano: Hezbollah, al pari dell’Iran, non rappresenterebbe una minaccia imminente tale da giustificare il rischio di un collasso statale. Paul Pillar, veterano della CIA e non-resident fellow del Quincy Institute, dichiara che Hezbollah non cerca lo scontro con Washington e non costituisce una minaccia se gli Stati Uniti restano fuori dagli affari interni libanesi. Un Libano fallito, aggiunge Pillar, offrirebbe invece terreno fertile a ISIS, già attivo nella vicina Siria, replicando la dinamica osservata in Iraq e Siria. Un rapporto di intelligence statunitense del marzo scorso indica proprio le cellule ISIS in Siria e Afghanistan come le più pericolose per gli interessi americani. L’instabilità libanese minaccerebbe inoltre la Siria, dove Washington sta sostenendo la nuova leadership già alle prese con sfide di sicurezza, come dimostrano gli attentati di Damasco durante la recente visita del presidente francese Emmanuel Macron.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non affronta un punto che riguarda direttamente la postura italiana nel Mediterraneo orientale: un collasso delle LAF, di cui l’Italia guida da anni la missione UNIFIL e sostiene l’addestramento tramite la cooperazione bilaterale, avrebbe ricadute dirette sul contingente italiano schierato nel sud del Libano. Se la componente sciita dell’esercito venisse effettivamente marginalizzata, il rischio non sarebbe solo politico ma operativo: reparti meno coesi, meno affidabili, più esposti a defezioni in un teatro dove i militari italiani operano a stretto contatto con le forze libanesi. Roma ha investito per decenni nella credibilità delle LAF come argine alla frammentazione settaria, un capitale che un errore di calcolo israeliano o americano potrebbe erodere in tempi rapidi. Vale la pena chiedersi quale voce l’Italia intenda far valere, in sede NATO o bilaterale, se lo scenario peggiore dovesse materializzarsi.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 10 luglio 2026




