Ad Ankara la NATO rischia di dividersi proprio sulla minaccia russa

Quanto può reggere un’alleanza quando il suo membro più forte comincia a comportarsi come un partner riluttante? Secondo un’analisi di Chatham House pubblicata alla vigilia del vertice NATO di Ankara, la risposta emerge con chiarezza dai fatti accumulati nei primi mesi del 2026: il livello di tensione tra Stati Uniti ed Europa è oggi molto più alto rispetto ai summit precedenti, compreso quello turbolento del 2018.
Il think tank londinese individua due cause principali. La prima è la scelta dell’amministrazione Trump di ridurre seriamente il proprio coinvolgimento nella sicurezza europea. La seconda è di natura procedurale: il passaggio a vertici annuali, deciso dopo l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina nel 2022 per rispondere all’intensificarsi della minaccia, ha finito per offrire un palcoscenico pubblico regolare anche alle divisioni interne.
Il nodo più immediato riguarda la guerra in Iran. Trump resta contrariato dal sostegno giudicato insufficiente degli alleati europei all’intervento americano, che la sua amministrazione considera un’ulteriore prova di quello che definisce parassitismo europeo in materia di sicurezza, ritenendo che l’azione in Medio Oriente vada a beneficio della sicurezza globale nel suo complesso. Il malcontento si è tradotto in scontri pubblici con leader finora vicini a Washington: il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dovuto difendere pubblicamente la spesa militare tedesca, la premier italiana Giorgia Meloni ha preso le distanze da Trump, e il primo ministro britannico Keir Starmer ha invece cercato un riavvicinamento con gli altri leader europei come contrappeso a Washington.
A questo si aggiungono le minacce statunitensi su Groenlandia di gennaio e febbraio, che secondo Chatham House hanno scosso chi non credeva possibile un reale disimpegno americano dalla NATO. Il rapporto segnala inoltre notizie riservate secondo cui funzionari statunitensi avrebbero avvertito diversi alleati — Regno Unito, Polonia, Lituania, Estonia e Germania — di probabili ritardi nelle consegne di armamenti già ordinati, perché Washington darebbe priorità al riassortimento delle proprie scorte dopo la guerra in Iran.
Per gli europei questa dinamica rafforza l’argomento a favore della ricostruzione di una capacità industriale della difesa autonoma, che riduca la dipendenza da Washington nei futuri contratti di procurement. Ma gli autori avvertono che una maggiore indipendenza europea potrebbe a sua volta generare nuovi attriti: gli Stati Uniti hanno spinto gli alleati a spendere di più, ma sembrano aspettarsi che ciò si traduca in acquisti di equipaggiamento americano; se gli ordini europei diminuissero, Washington potrebbe non gradire più un’Europa realmente più autonoma sul piano della sicurezza.
Restano dubbi anche sulla credibilità della deterrenza estesa. Pur essendo attesa ad Ankara una conferma formale dell’impegno sull’Articolo 5, il rapporto ricorda che un principio cardine della logica della Guerra Fredda era che Washington non avrebbe rischiato una guerra nucleare in Europa senza un proprio coinvolgimento diretto sul continente: la stessa logica, avvertono gli autori, potrebbe valere anche oggi. Sul fronte interno europeo, infine, resta aperta la discussione su come gestire Trump, dopo l’approccio basato sulle lusinghe adottato dal segretario generale Mark Rutte al vertice dell’Aia del 2025.
Il commento di GrNet.it
Il paragone richiamato dagli stessi autori con la dottrina della Guerra Fredda è il punto che merita di essere preso sul serio anche a Roma: la deterrenza estesa funzionava perché Washington aveva effettivamente truppe e testate schierate sul continente, condividendo il rischio nucleare con gli alleati. Oggi la riduzione annunciata di uomini e mezzi statunitensi in Europa mina proprio quel presupposto, indipendentemente dalle rassicurazioni formali che verranno ribadite ad Ankara sull’Articolo 5. Per l’Italia, che si muove tra il riavvicinamento di Meloni a Washington e le tensioni sulla guerra in Iran, il rischio è restare esposta su due fronti: dipendente dalle forniture americane in caso di ritardi come quelli già segnalati ad altri alleati, e priva ancora di una base industriale europea sufficientemente matura da colmare il vuoto. La vera domanda, non affrontata fino in fondo nell’analisi, è se un rafforzamento della difesa europea possa procedere senza urtare gli interessi commerciali dell’industria militare statunitense, o se sia destinato a diventare esso stesso motivo di attrito.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 6 luglio 2026




