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Israele punta ai laser spaziali offensivi, Washington osserva e finanzia

Dal 2011, anno di introduzione dell’Iron Dome, Israele ha costruito la propria reputazione militare anche sulla difesa aerea a corto raggio. Oggi, secondo un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft e firmata da Stavroula Pabst, quel modello si prepara a un salto di dominio: dalla terra allo spazio, con lo sviluppo di armi laser offensive pensate per operare in orbita.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato, in un briefing con la stampa citato dall’articolo, che nessun paese possiede oggi la capacità di condurre attacchi nello spazio, e che Israele deve diventare leader mondiale in questo campo. Katz ha aggiunto che l’obiettivo è garantire un vantaggio di deterrenza e una capacità di attacco e distruzione nei confronti di avversari dotati di risorse ingenti, precisando che Israele sta investendo sia in capacità offensive sia difensive nello spazio.

Secondo la fonte, il sistema laser spaziale potrebbe essere modellato sull’Iron Beam, l’arma laser terrestre israeliana attualmente in fase di test in abbinamento al sistema di intercettazione missilistica Iron Dome, nell’ottica di una difesa aerea più integrata. Gli Stati Uniti hanno sostenuto lo sviluppo di entrambi i sistemi con oltre un miliardo di dollari ciascuno, a cui si aggiungono 3,8 miliardi di dollari annui di aiuti militari complessivi a Israele.

Le dichiarazioni di Katz arrivano mentre altri paesi, in primo luogo gli Stati Uniti, perseguono sistemi d’arma basati nello spazio. Il riferimento principale è il progetto Golden Dome, ispirato in modo non stretto proprio all’Iron Dome israeliano, che concettualmente prevede il dispiegamento di diverse tecnologie difensive, inclusi intercettori missilistici basati nello spazio, per proteggere il territorio continentale statunitense da attacchi aerei.

Funzionari americani ed esponenti dell’industria della difesa hanno più volte sottolineato la centralità futura del dominio spaziale nei conflitti. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, in un discorso di febbraio citato nell’articolo, ha affermato che per generazioni le battaglie si sono combattute su terra, in aria e sott’acqua, ma che oggi la posizione dominante decisiva, il campo di battaglia più determinante del secolo e dei secoli a venire, si trova centinaia di miglia sopra le nostre teste.

L’articolo colloca questo interesse in un contesto più ampio: governi e forze armate mostrano un’attenzione crescente verso i sistemi d’arma laser, o armi a energia diretta. Gli Stati Uniti, ad esempio, spendono circa un miliardo di dollari all’anno per il loro sviluppo, con l’intenzione di installarli su futuri sistemi, tra cui l’ipotizzata nave da battaglia di classe Trump. Le armi laser attraggono gli investimenti militari per il basso costo di impiego, spesso pochi dollari a colpo, e per la capacità di danneggiare o distruggere minacce aeree al contatto. L’autrice osserva però che, se questa tecnologia dovesse diffondersi su larga scala, il suo costo contenuto rischia di abbassare la soglia decisionale per l’ingresso in conflitto, rendendo al tempo stesso più distruttive le guerre effettivamente combattute.

Il commento di GrNet.it

L’analisi non affronta un aspetto che meriterebbe più spazio: la corsa israeliana ai laser spaziali non nasce in un vuoto giuridico, ma in un dominio, quello orbitale, ancora privo di un regime di controllo degli armamenti paragonabile a quelli esistenti per le armi nucleari o chimiche. Per un paese come l’Italia, che partecipa a programmi satellitari duali e a iniziative NATO sullo spazio come dominio operativo, la questione non è teorica: senza regole condivise, ogni test dichiarato come difensivo può essere letto come precursore di una capacità offensiva. Il finanziamento statunitense superiore al miliardo di dollari per Iron Beam e Iron Dome mostra inoltre quanto la sovranità tecnologica israeliana sia in realtà co-prodotta da Washington, un dato che dovrebbe interrogare anche i partner europei sulle proprie dipendenze industriali nel settore della difesa spaziale. Restano aperti, e l’articolo lo lascia intuire più che dimostrare, gli effetti destabilizzanti di un’arma a basso costo per colpo su una soglia di conflitto già fragile.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 6 luglio 2026

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