Osservatorio Strategico

Il crimine organizzato ha superato le categorie con cui lo analizziamo

Le cornici concettuali con cui Stati e organizzazioni internazionali interpretano il crimine organizzato sono ancora adeguate a un fenomeno che si è fatto ibrido, digitale e intrecciato con la geopolitica? La risposta che emerge da un nuovo numero speciale del RUSI Journal, dedicato a «The Changing Face of Organised Crime» e curato da Cathy Haenlein, direttrice degli Organised Crime and Policing Studies presso il Royal United Services Institute, è negativa: gli strumenti di analisi e risposta restano ancorati a un impianto costruito oltre 25 anni fa attorno alla Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale (UNTOC), pensata per un mondo di globalizzazione stabile e ottimismo multilaterale.

Quel modello, osserva Haenlein, concepiva il crimine organizzato come fenomeno gerarchico, radicato territorialmente e legato a merci specifiche. Oggi le reti criminali operano invece attraverso confini sfumati tra mercati legali e illegali, tra sfera statale e non statale, tra ambiente fisico e digitale, sfruttando le stesse caratteristiche strutturali della globalizzazione — velocità, connettività, mobilità.

Il numero speciale organizza l’analisi in cinque assi. Sul piano dei mercati illeciti, i contributi di Angela Me e Paolo Campana, e il reportage fotografico di Anna Sergi sulla ’ndrangheta tra Calabria, Düsseldorf, Cartagena e Melbourne, mostrano organizzazioni che uniscono continuità culturale e capacità di innovazione; Alexander Kupatadze segnala che l’attenzione politica su droghe e armi rischia di trascurare attività a basso profilo ma più resilienti, incorporate nelle catene di fornitura legittime.

Sul piano istituzionale, Mark Shaw e Ian Tennant ricostruiscono i limiti dell’architettura multilaterale post-UNTOC, segnata da inerzia e impegno statale disomogeneo, mentre Sir Stephen Kavanagh, con esperienza operativa diretta, evidenzia la distanza tra i tempi delle procedure formali di cooperazione internazionale e la rapidità delle reti criminali polifunzionali.

La dimensione geopolitica occupa una sezione centrale: Magda Long analizza, attraverso i casi di Russia, Cina, Balcani occidentali e Spagna, come il crimine organizzato sia ormai una caratteristica strutturale della competizione tra potenze; Heather Marquette e Matthew Redhead mappano le modalità con cui gli Stati esternalizzano compiti sensibili ad attori criminali; Haenlein stessa, con Matt Ince, interroga la comunità di intelligence britannica sul rischio che il crimine organizzato resti sottovalutato come priorità strategica.

Sul fronte digitale, Will Lyne, Jamie MacColl e Jason R C Nurse documentano il restringersi del divario di capacità tra attori criminali e cyber statali; Federico Varese ricostruisce la nuova geografia globale delle «scam factories», mentre Mina Chiang porta prove empiriche su coercizione e infrastrutture tecnologiche nei compound di truffa transnazionale.

L’ultima sezione affronta l’impatto sulla governance democratica: Robert Muggah critica l’efficacia delle tattiche mano dura in America Latina e Caraibi; Atta Barkindo descrive nella Nigeria settentrionale sistemi di governance parallela dove crimine e ideologia si fondono; Zora Hauser, con dati dalla Germania, avverte che una diagnosi errata del fenomeno in Europa produce risposte politiche inefficaci o destabilizzanti.

Il numero speciale non offre risposte definitive, ma indica la necessità di ripensare in profondità il ruolo di militari, intelligence, forze di polizia e organismi regolatori davanti a una minaccia sempre più polifunzionale e ibrida.

Il commento di GrNet.it

La dottrina antimafia italiana, maturata negli anni Ottanta e Novanta contro organizzazioni gerarchiche e territorialmente definite come Cosa Nostra e ’ndrangheta, ha prodotto strumenti — dal 41-bis alle misure patrimoniali — pensati per un nemico riconoscibile e stanziale. Il numero speciale del RUSI mostra però una ’ndrangheta che, pur mantenendo capitale sociale e culturale nei territori d’origine, si proietta su Düsseldorf, Cartagena e Melbourne, mentre altre reti criminali si fondono con operazioni statali ostili in ambito cyber. Per l’Italia, che vanta expertise investigativa tra le più mature in Europa, la domanda posta dagli autori non è retorica: gli strumenti giudiziari e di intelligence nazionali restano tarati su un modello di organizzazione criminale che l’evoluzione descritta rende sempre più parziale. Andrebbe verificato quanto le strutture di coordinamento interno, dalla Direzione nazionale antimafia alle agenzie di intelligence, siano già attrezzate per trattare il crimine organizzato come questione di sicurezza strategica e non solo di ordine pubblico.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 1 luglio 2026

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