Più difesa, meno sviluppo: il punto cieco della sicurezza europea

Può un continente che aumenta la spesa militare ai massimi storici ritrovarsi contemporaneamente più esposto nelle regioni dove si formano le sue crisi di lungo periodo? È la domanda al centro di un’analisi pubblicata il 1° luglio 2026 dal Royal United Services Institute (RUSI), a firma di Joana de Deus Pereira e Michael Jones, nell’ambito del progetto Europe’s Overlooked Hard Power.
Il ragionamento parte da una tendenza documentata: dall’invasione russa dell’Ucraina in poi, i governi europei hanno accelerato l’espansione dei bilanci della difesa e varato nuovi strumenti di sicurezza. In parallelo, i fondi destinati ad aiuto allo sviluppo, azione umanitaria e consolidamento della pace sono stati ridotti, accorpati in contenitori di spesa più flessibili o dirottati verso priorità politicamente più visibili, come la gestione dei flussi migratori e le grandi infrastrutture. Il risultato, secondo i ricercatori, è una postura di sicurezza che appare più solida sulla carta ma che erode le capacità di prevenzione nelle aree fragili.
Il fenomeno non riguarda solo le scelte europee. La sospensione brusca dei finanziamenti dell’agenzia statunitense USAID ha innescato una reazione a catena: nel giro di settimane si è registrata un’impennata di rivolte, proteste e morti legate a conflitti. Proiezioni citate nell’analisi stimano che le riduzioni dell’aiuto pubblico allo sviluppo da parte di donatori come Regno Unito, Francia e Germania potrebbero causare oltre 9 milioni di vittime entro il 2030, con stime massime che arrivano a 22,6 milioni. Più della metà dei gruppi femminili nelle zone di crisi umanitaria rischia la chiusura per mancanza di risorse.
Il nodo strutturale, secondo il RUSI, sta nel modo in cui l’Unione Europea gestisce la flessibilità dei propri strumenti di spesa esterna. Accorpare linee di bilancio separate — sviluppo, umanitario, peacebuilding — in contenitori unici consente di rispondere più rapidamente alle crisi, ma nella pratica ha significato che i programmi di prevenzione a lungo termine diventano la variabile di aggiustamento ogni volta che la pressione politica sale.
Le conseguenze più visibili si concentrano nell’arco che va dal Sahel centrale al Golfo di Guinea e, verso est, dal Sudan al Corno d’Africa. In queste aree, il ridimensionamento dei programmi europei di governance e sicurezza coincide con un’espansione della presenza di Russia e paesi del Golfo, che offrono accordi di sicurezza, trasferimenti di armamenti e infrastrutture strategiche. Il rapporto segnala la diffusione di MANPADS, droni, missili anticarro, munizioni al fosforo e sistemi di disturbo elettronico, mentre i monitor dell’ONU descrivono tentativi di consegna di droni a intermediari dello Stato Islamico nell’Africa occidentale. Ricercatori stanno già mappando «circuiti collaterali» di denaro, tecnologia, munizioni e mercenari che attraversano Ciad e Libia.
Il punto centrale dell’analisi non è che la difesa e lo sviluppo siano in competizione per natura, ma che lo siano nel modo in cui l’Europa li finanzia attualmente. Un ministero della difesa può intercettare un missile o dissuadere una colonna corazzata, ma non può ricostruire un’amministrazione civile collassata, mediare una disputa fondiaria prima che degeneri, o mantenere le relazioni locali che tengono un governo orientato verso l’Europa piuttosto che verso i suoi concorrenti. Queste funzioni — più lente e meno visibili — sono quelle che i programmi di sviluppo e peacebuilding hanno tradizionalmente svolto, e sono precisamente quelle ora trattate come discrezionali.
Il commento di GrNet.it
La campagna ISAF in Afghanistan aveva già mostrato, a caro prezzo, che il controllo del territorio senza consolidamento istituzionale produce vuoti che altri riempiono: la sequenza che il RUSI descrive nel Sahel e nel Corno d’Africa segue una logica analoga, con attori diversi ma meccanismi simili. Per l’Italia, che presidia rotte marittime e corridoi energetici nel Mediterraneo allargato e mantiene contingenti in Niger, Somalia e Libano, la progressiva erosione della presenza civile europea in quelle aree non è una questione astratta di architettura dei bilanci. Vale la pena chiedersi se la distinzione tra «spesa per la difesa» e «spesa per la prevenzione» rifletta ancora una realtà operativa o sia diventata una convenzione contabile che oscura il costo reale dell’inazione. I dati sulle vittime proiettate al 2030 sono stime, non certezze, e andrebbero trattati con la cautela metodologica che meritano; ma anche scontandone l’incertezza, la direzione del trend è difficile da ignorare per chi pianifica a medio termine.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 30 giugno 2026



