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Difesa digitale europea: i livelli che Bruxelles non può delegare ad altri

«Dipendi dagli alleati per ciò che può essere sostituito, mai per ciò che può essere spento.» È attorno a questa formula che Ángel Melguizo e Víctor Muñoz, ricercatori dell’European Council on Foreign Relations (ECFR), costruiscono la loro analisi pubblicata il 29 maggio 2026 sulla dipendenza tecnologica dell’Europa in materia di difesa. Il punto di partenza sono due episodi recenti: nel marzo 2026 droni iraniani hanno colpito importanti data center negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain; mesi prima, l’organismo ONU per l’aviazione civile aveva formalmente condannato la Russia per le interferenze ai sistemi di navigazione satellitare sui cieli europei. Entrambi gli eventi segnalano che il terreno decisivo del conflitto contemporaneo non è più soltanto quello fisico, ma quello digitale che connette i sistemi d’arma.

L’Europa sta aumentando la spesa militare a ritmo sostenuto — 343 miliardi di euro nel 2024, pari all’1,9% del PIL dell’Unione — e ha costruito strumenti di acquisto collettivo come il programma SAFE, una linea di prestiti da 150 miliardi di euro varata nel maggio 2025, e l’European Defence Industry Programme, adottato nel dicembre 2025. Eppure, secondo gli autori, il riarmo resta sbilanciato verso l’hardware: mancano ancora le architetture digitali necessarie per operare in modo indipendente.

Gli Stati Uniti rimangono il principale fornitore di armamenti per i membri europei della NATO, con una quota del 58% delle importazioni nel periodo 2021-2025, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute. Il rapporto non considera questo un problema in sé: acquistare caccia o sistemi di difesa aerea Patriot è accettabile, a condizione che esistano garanzie contrattuali di fornitura e che non vi siano componenti software che Washington potrebbe disattivare unilateralmente.

Il nodo, per gli autori, riguarda quattro strati specifici che l’Europa dovrebbe mantenere sotto controllo operativo diretto. Il primo è la navigazione: i sistemi d’arma che non riescono a localizzarsi non possono operare, e la Russia sta già conducendo jamming del GNSS sul Baltico. Il secondo è la connettività: le comunicazioni militari continue sono indispensabili per coordinare le forze e trasmettere dati di targeting; il programma IRIS², la costellazione satellitare pianificata dall’UE, può contribuire, ma la sua componente a terra rilevante per la difesa dovrebbe essere costruita secondo standard militari. Il terzo strato riguarda il calcolo per l’intelligenza artificiale e le infrastrutture cloud di difesa: i centri dati sono diventati bersagli fisici, non solo informatici, e perdere la propria infrastruttura di calcolo strategico significa perdere coerenza operativa in una crisi. Il quarto è quello dei droni e del controllo dello spettro elettromagnetico: non è necessario che ogni componente sia europeo, ma il software di missione, i data link cifrati e le capacità anti-drone devono restare sotto controllo europeo.

Le raccomandazioni operative sono cinque. Finanziare questi strati come beni pubblici europei, con specifiche comuni e acquisti aggregati invece di 27 bilanci nazionali in concorrenza. Rendere l’interoperabilità una condizione contrattuale vincolante, non un’opzione. Trattare IRIS² come infrastruttura strategica di difesa, proteggendone il calendario di dispiegamento da tagli di bilancio. Classificare i data center strategici europei come infrastrutture critiche di livello difensivo, con protezione fisica e dispersione geografica. Infine, istituzionalizzare l’integrazione con l’Ucraina: Kiev è l’unico attore europeo che aggiorna cicli software e dottrina dei droni nell’arco di settimane, e quella conoscenza dovrebbe essere acquisita tramite contratti di acquisto congiunto e test condivisi, non accordi bilaterali occasionali.

La tesi conclusiva del rapporto è che la scelta non è tra autonomia e dipendenza, ma tra essere un cliente passivo di tecnologie prodotte altrove e diventare un nodo produttivo indispensabile nelle reti che definiranno il conflitto della prossima generazione.

Il commento di GrNet.it

Il 58% delle importazioni di armamenti da fonte statunitense nel quinquennio 2021-2025 è una cifra che un pianificatore di teatro legge in modo diverso da un economista: non misura solo una quota di mercato, ma la percentuale di sistemi per i quali l’Europa non controlla né il software di missione né la catena degli aggiornamenti. La distinzione che Melguizo e Muñoz tracciano tra ciò che «può essere sostituito» e ciò che «può essere spento» è analiticamente precisa e dovrebbe orientare anche le scelte italiane nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza della difesa. Il caso IRIS² merita attenzione particolare: l’Italia partecipa al programma e ha interesse diretto a che la componente a terra con rilevanza militare venga costruita secondo standard NATO, non lasciata in una zona grigia tra uso civile e governativo. Meno chiaro, nell’analisi, è come si intenda risolvere la tensione tra interoperabilità vincolante e sovranità industriale nazionale: imporre standard comuni europei significa anche accettare che alcune produzioni nazionali vengano ridimensionate o integrate, una scelta politicamente non banale per nessun governo della coalizione.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 29 maggio 2026

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