Il piano di investimento britannico per la difesa: un ritardo che pesa

«At pace» — «a ritmo sostenuto» — è la formula con cui il governo britannico ha risposto per mesi alle domande sulla pubblicazione del Defence Investment Plan (DIP). Una locuzione priva di aggettivo che, secondo un’analisi di Matthew Savill pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI) il 10 giugno 2026, descrive con involontaria precisione la lentezza con cui Londra sta traducendo in numeri concreti la sua Strategic Defence Review (SDR) del 2025.
Il DIP era atteso subito dopo la SDR, poi rimandato all’autunno, poi quasi pronto prima di Natale. Ora circola l’ipotesi che il vertice NATO di luglio rappresenti una scadenza effettiva. Il problema, secondo il ricercatore, è strutturale: la SDR stessa era priva di stime di costo dettagliate e di un calendario di attuazione, lasciando al DIP il compito di stabilire ritmo e priorità della trasformazione delle forze armate. Senza quel documento, la revisione strategica rimane un elenco di ambizioni, non un piano sequenziato.
Le indiscrezioni circolate indicano che potrebbero servire fino a 28 miliardi di sterline aggiuntivi nell’arco di quattro anni per rendere il piano «sostenibile». Questo alimenta la percezione che il ritardo rifletta una difficoltà reale nel conciliare l’entità dei tagli alle capacità esistenti con le risorse disponibili, e che il percorso originariamente previsto verso una spesa del 2,5% del PIL entro il 2027 sia semplicemente troppo lento rispetto alle esigenze dichiarate.
Le ricadute pratiche sono concrete. Senza il DIP, l’Esercito non sa se il progetto ASGARD verrà esteso all’intera forza; la Marina non conosce la composizione futura della sua flotta di superficie, attorno alla quale costruire la cosiddetta Hybrid Navy; la Royal Air Force ignora le dimensioni del futuro dispositivo da combattimento e la data di entrata in servizio del Global Combat Air Programme. Programmi come il Digital Targeting Web, la difesa aerea e missilistica integrata e la produzione di nuovi missili restano in una condizione di incertezza operativa.
Il documento atteso dovrà anche superare alcune trappole ricorrenti nella pianificazione della difesa britannica. Tra queste: la distribuzione delle risorse per tipologia di spesa — capitale (CDEL) contro spesa corrente (RDEL) — con il rischio di acquistare equipaggiamenti che non si possono mantenere; le ipotesi di «efficienza» che il testo definisce, citando un ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, «capricciose» se non «deliranti»; la concentrazione del contingency funding negli anni finali del piano, che storicamente ha impedito di prevenire tagli nelle fasi iniziali; e infine il peso crescente del portafoglio nucleare, con i costi del programma Dreadnought e di eventuali nuove armi nucleari stimati in prossimità del 25% del bilancio della difesa nel periodo coperto dal piano.
Vi è poi la dimensione politica esterna: la pressione dell’amministrazione americana ha portato la NATO ad adottare un obiettivo del 3,5% del PIL per la spesa in difesa entro il 2035. Il governo britannico deve dimostrare agli alleati che gli obiettivi intermedi più contenuti produrranno comunque una forza militare trasformata. L’industria della difesa, in particolare le imprese minori, segnala nel frattempo danni economici crescenti legati all’assenza di certezze contrattuali.
Il ritardo nella pubblicazione del DIP, conclude l’analisi, suggerisce che la razionale della trasformazione, la sua portata o i relativi costi non siano ancora stati concordati a livello di governo — una premessa difficile per un paese che dichiara di volersi porre su un «war footing» per scoraggiare futuri conflitti.
Il commento di GrNet.it
Ventotto miliardi di sterline aggiuntivi in quattro anni sono una cifra che, se confermata, ridimensiona sensibilmente la narrativa di una difesa europea in rapida accelerazione: il problema del divario tra ambizioni strategiche e risorse effettive non è solo britannico, e chi ha seguito i cicli di pianificazione italiani degli ultimi vent’anni lo riconosce senza fatica. La distinzione che Savill traccia tra spesa in conto capitale e spesa corrente merita attenzione particolare: acquistare sistemi che non si possono poi sostenere operativamente è un errore che ha già penalizzato più volte la prontezza operativa di forze alleate, Italia inclusa. La questione del portafoglio nucleare che rischia di erodere il 25% del bilancio britannico è un elemento che non ha equivalenti diretti per Roma, ma che incide sulla capacità complessiva del pilastro europeo della NATO. Vale la pena chiedersi se il modello di pianificazione pluriennale che il DIP dovrebbe incarnare — trasparente, sequenziato, verificabile — possa diventare un riferimento metodologico anche per i futuri aggiornamenti del documento programmatico pluriennale italiano.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 9 giugno 2026




