Senegal, la rottura Faye-Sonko riapre spazi agli Stati Uniti nel Sahel

Secondo un’analisi del Quincy Institute pubblicata su Responsible Statecraft, la crisi politica apertasi in Senegal dopo il licenziamento del primo ministro Ousmane Sonko — avvenuto il 22 maggio per mano del presidente Bassirou Diomaye Faye — potrebbe paradossalmente rafforzare la posizione degli Stati Uniti nel Sahel, a condizione che Faye riesca a governare senza essere paralizzato dall’opposizione parlamentare.
Faye e Sonko erano saliti al potere poco più di due anni fa su un programma panafricanista che aveva portato alla rinegoziazione dei contratti energetici e di pesca e alla chiusura delle basi militari francesi. Nonostante questo orientamento, i rapporti con Washington erano rimasti in piedi: circa 40 militari statunitensi sono attualmente presenti in Senegal in funzioni di addestramento e consulenza, i due paesi conducono esercitazioni congiunte e a dicembre scorso gli Stati Uniti hanno fornito equipaggiamenti per la sicurezza delle frontiere, la lotta alle minacce marittime e il sostegno alle operazioni di peacekeeping.
La frattura tra i due ex alleati è maturata sul terreno della governance interna. Al centro dello scontro c’è la gestione di una crisi del debito ereditata dall’amministrazione dell’ex presidente Macky Sall, che aveva occultato miliardi di dollari in prestiti non dichiarati. Il debito pubblico senegalese ha raggiunto il 132% del PIL, il livello più alto mai registrato, e il Fondo Monetario Internazionale ha congelato una linea di credito da 1,8 miliardi di dollari. Le divergenze su come rispondere alle condizioni del FMI hanno incrinato il rapporto tra i due leader.
Dopo il licenziamento, Sonko è stato eletto presidente dell’Assemblea Nazionale con 132 voti su 165, grazie alla maggioranza assoluta detenuta dal suo partito, i Patriotes Africains du Sénégal pour le Travail, l’éthique et la Fraternité (PASTEF). Il PASTEF ha annunciato che non parteciperà al nuovo governo formato da Faye, rendendo strutturale lo scontro istituzionale. Il ministro delle Finanze Cheikh Diba si appresta a riprendere i negoziati con una delegazione del FMI a Dakar, in un contesto in cui il parlamento potrebbe bloccare le riforme fiscali richieste dal Fondo.
Sul piano della politica estera, la nomina di Ahmadou Al Aminou Lo — economista favorevole al franco CFA — come nuovo primo ministro segnala un orientamento più pragmatico e aperto all’Occidente. Faye aveva già svolto il ruolo di inviato speciale della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) per tentare di dissuadere le giunte militari di Mali, Burkina Faso e Niger dall’abbandonare il blocco regionale. Queste tre nazioni hanno poi formato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), dopo aver espulso le truppe francesi e l’operazione Barkhane.
La partnership di sicurezza delle giunte con i mercenari russi del Gruppo Wagner, ora ribattezzato Africa Corps, non ha fermato l’avanzata jihadista: il gruppo Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, minaccia la capitale maliana Bamako e ampie zone del Burkina Faso. L’amministrazione Trump, dopo una fase di disinteresse, sta ora cercando di ricostruire i rapporti con i paesi dell’AES: Burkina Faso e Niger hanno già ricevuto rispettivamente 147 e 128 milioni di dollari nell’ambito della strategia sanitaria globale «America First», mentre il Niger ha ricevuto il mese scorso equipaggiamenti militari per 2,3 milioni di dollari destinati alle operazioni antiterrorismo.
In questo quadro, il Senegal ha avviato a febbraio pattugliamenti congiunti con il Mali nella regione di Kayes, area di confine tripartita sotto pressione dell’espansione verso ovest del JNIM. La capacità di Faye di mantenere questo ruolo di mediazione dipenderà in larga misura dalla sua tenuta politica interna di fronte all’opposizione di Sonko e del PASTEF.
L’analisi descrive una situazione in cui la stabilità di un paese terzo diventa variabile dipendente di una strategia di influenza esterna: uno schema che chi ha operato in contesti africani riconosce con facilità. Dal punto di vista operativo, la presenza di soli 40 militari statunitensi in funzioni non combattenti dice poco sulla reale capacità di proiezione, ma molto sulla logica del «footprint minimo» che Washington applica nelle aree a bassa priorità strategica dichiarata. Vale la pena distinguere tra ciò che l’articolo documenta — i trasferimenti di equipaggiamenti, i pattugliamenti congiunti Senegal-Mali, i dati sul debito — e ciò che resta nel campo delle proiezioni: l’effettiva disponibilità di Faye a fungere da interlocutore stabile per Washington non è ancora verificata sul piano dei fatti concreti. Per l’Italia, che mantiene interessi nel Sahel attraverso la missione in Niger e i canali diplomatici con i paesi del G5, l’eventuale riallineamento senegalese verso Washington potrebbe ridisegnare gli equilibri in una regione dove Roma ha finora cercato di mantenere una presenza autonoma.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 giugno 2026




