Disarmo di Hamas: perché il piano internazionale è costruito per fallire

Quando il presidente Trump ha annunciato la pace in Medio Oriente a Sharm el-Sheikh nell’ottobre 2025, poco dopo la firma di un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, il momento sembrava carico di promesse. La Fase 1 dell’accordo prevedeva il rilascio di prigionieri palestinesi, il ritorno degli ostaggi israeliani, l’ingresso di aiuti umanitari e il ritiro delle forze israeliane secondo una linea concordata. A supervisionare il processo era stata istituita la Board of Peace (BoP), un organo internazionale guidato dagli Stati Uniti. Secondo l’analisi pubblicata dal Quincy Institute, tuttavia, la struttura stessa di questo processo di pace contiene difetti strutturali che lo rendono destinato al fallimento.
Più di quattro mesi dopo l’inizio della Fase 2, nessuno degli elementi previsti si è concretizzato. Nel marzo 2026, il capo della BoP Nikolay Mladenov ha presentato un piano quinquennale per il disarmo di Hamas articolato in cinque fasi su otto mesi. Hamas ha rifiutato, citando violazioni del cessate il fuoco e chiedendo il completo ritiro israeliano. Israele e i suoi alleati hanno attribuito il blocco esclusivamente al gruppo palestinese, ma l’analisi storica dei precedenti accordi di pace rivela che il piano attuale manca di elementi fondamentali per una pace duratura.
Il primo problema riguarda il ruolo del mediatore. Nella storia dei negoziati di pace, la neutralità della parte terza è stata decisiva. Nel caso dell’Irlanda del Nord, il senatore americano George Mitchell riuscì a sbloccare i negoziati proprio perché rappresentava una potenza senza interessi diretti nella regione. La BoP, invece, è dominata dagli Stati Uniti, il principale finanziatore e fornitore di armi di Israele. Nel trattamento delle violazioni del cessate il fuoco, la distorsione è evidente: secondo il Ministero della Sanità di Gaza, oltre 900 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane dal febbraio 2026, mentre Hamas ha ucciso quattro soldati israeliani. Tuttavia, la BoP ha rivolto avvertimenti più severi a Hamas. In un memorandum trapelato, Mladenov ha esplicitamente dichiarato che non avrebbe tenuto Israele ai termini della tregua se Hamas avesse rifiutato il piano di disarmo, una strategia opposta a quella che ha funzionato in Irlanda del Nord.
Il secondo difetto è l’ordine sequenziale delle richieste. Il piano richiede prima il disarmo completo di Hamas e la distruzione della rete di tunnel, poi il ritiro dell’IDF, e solo successivamente la ricostruzione. Questo schema inverte l’esperienza storica: nell’accordo irlandese, l’IRA ha decommissionato le armi anni dopo la firma, una volta ottenuti guadagni politici concreti come un accordo di condivisione del potere. In Colombia, le FARC hanno ricevuto amnistia limitata e seggi garantiti in parlamento prima di arrendersi. Secondo Alpaslan Özerdem, decano della Carter School for Peace and Conflict Resolution della George Mason University, il disarmo «raramente è l’inizio della pace»; di solito richiede prerequisiti come consolidamento della tregua, ritiri concordati, garanzie di sicurezza, monitoraggio internazionale, accesso umanitario e ricostruzione.
Hamas ha ripetutamente dichiarato disponibilità a deporre le armi in cambio della creazione di uno stato palestinese sui confini del 1967, offerta costantemente rifiutata da Israele. Anzi, l’IDF ha ampliato la sua occupazione dal 53% al 60% della Striscia dal febbraio 2026. Secondo gli esperti citati, i gruppi armati non si disarmano per pressione, ma quando vedono una via credibile verso sicurezza, inclusione politica, reintegrazione sociale e dignità. Il piano attuale non offre nulla di questo, trasformando il disarmo in una resa unilaterale. La storia insegna che accordi di disarmo male strutturati generano gruppi dissidenti o riarmo: l’esempio più devastante è l’Iraq, dove lo scioglimento rapido dell’esercito senza piano di reintegrazione ha creato centinaia di migliaia di uomini armati disoccupati, molti dei quali confluirono successivamente nell’ISIS.
L’analisi del Quincy Institute ripropone una lezione che la dottrina militare italiana conosce bene dalla storia dei Balcani: il disarmo senza garanzie politiche credibili non è pacificazione, è capitolazione, e genera instabilità ancora maggiore. La distorsione del mediatore è il vero problema strutturale qui: un arbitro che è al contempo il principale fornitore di armi di una delle parti non può credibilmente garantire equità. Se la BoP continua a validare uno schema che favorisce Israele, il suo ruolo non sarà di costruzione della pace, ma di copertura legittimante per il proseguimento del conflitto.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 2 giugno 2026



