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Armare i caccia esistenti prima di sviluppare droni: la ricetta RUSI per la potenza aerea NATO

Il recente via libera britannico all’acquisizione di bombe plananti GBU-53/B Small Diameter Bomb II per gli F-35B della Royal Air Force rappresenta una soluzione pragmatica a un problema decennale: dotare i caccia di quinta generazione di armamenti adeguati contro difese aeree sofisticate. Secondo l’analisi del Royal United Services Institute (RUSI), questo acquisto trasforma la capacità operativa di ogni F-35B da zero a otto armi utili per sortita contro minacce significative, con un investimento minimo rispetto ai bilanci difensivi complessivi britannici.

Il ritardo del programma SPEAR 3 – il missile cruise britannico destinato agli F-35B, ora previsto non prima dei primi anni Trenta – ha reso necessario ricorrere a una soluzione americana già certificata e disponibile. Sebbene le bombe plananti siano più vulnerabili alle difese aeree russe rispetto a missili propulsati come SPEAR o AGM-88G AARGM-ER, rappresentano comunque un balzo qualitativo rispetto alle attuali Paveway IV, che mancano della gittata necessaria in scenari di difesa aerea negata.

L’elemento critico dell’analisi riguarda però la strategia complessiva europea di aumento della massa di combattimento aereo. Mentre i vertici militari e politici della NATO enfatizzano lo sviluppo di sistemi senza pilota (UAS) e veicoli aerei da combattimento collaborativi (CCA), il RUSI sostiene che questa priorità sia mal calibrata. Il problema non è la scarsità di piattaforme aeree – l’Europa dispone di oltre mille caccia moderni di quarta e quinta generazione – bensì la carenza critica di munizioni air-launched in quantità e varietà sufficienti.

L’articolo documenta come le campagne di attacco ucraine e russe, che lanciano tra 250 e 500 droni d’attacco monouso per notte, richiedono costi enormi (una salva di 500 droni può superare i 35 milioni di dollari) e infrastrutture logistiche complesse, con tassi di penetrazione delle difese molto bassi. Sviluppare equivalenti NATO di sistemi senza pilota comporterebbe costi ancora superiori, dato che richiederebbe la creazione da zero di dottrine, logistica e supporto operativo secondo standard occidentali.

Il RUSI conclude che le priorità di acquisto europee dovrebbero invertirsi: invece di investire miliardi in nuove piattaforme aeree non ancora mature, le forze aeree dovrebbero concentrarsi su munizioni air-launched per i caccia esistenti. Typhoon, Rafale e Gripen dispongono di capacità sensoriali e di manovra sufficienti per operare contro difese aeree russe, ma mancano di opzioni di strike a media gittata contro bersagli dinamici come sistemi di difesa aerea o supporto tattico al terreno. La carenza di munizioni, non di aeromobili, rappresenterebbe il collo di bottiglia critico in uno scenario di conflitto NATO-Russia nei prossimi anni.

L’analisi RUSI tocca un nervo scoperto della pianificazione difensiva europea: la tentazione di inseguire soluzioni tecnologicamente affascinanti (droni autonomi, CCA) quando il problema reale è più banale e urgente – munizioni. Per l’Italia, che opera Typhoon, Gripen e F-35, il messaggio è chiaro: prima di investire in piattaforme nuove, occorre garantire profondità di stock di armi air-launched contro minacce aeree strutturate. La lezione operativa è antica quanto la guerra aerea stessa, ma il RUSI la ripropone con dati attuali dal teatro ucraino, dove la massa di droni economici si è rivelata costosa e poco efficace rispetto a munizioni guidate di qualità.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 26 maggio 2026

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