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Trump verso una nuova guerra con l’Iran: escalation e negoziati in stallo

Secondo un’analisi del Quincy Institute, l’amministrazione Trump appare orientata a riaprire il conflitto con l’Iran nel breve termine. Fonti nella capitale iraniana citano dall’autore indicano l’aspettativa di una ripresa delle ostilità entro 48 ore, mentre il presidente ha intensificato i messaggi minacciosi sui social media e convocato i suoi consiglieri militari per una riunione strategica.

L’escalation rappresenterebbe un’ammissione implicita del fallimento delle precedenti strategie di coercizione: il blocco economico già tentato, le minacce di gennaio, e prima ancora il conflitto stesso. Secondo l’analisi, questa ricerca ricorrente di una «soluzione escalatoria» capace di piegare l’Iran è divenuta una caratteristica strutturale della politica americana verso Teheran da decenni.

I negoziati hanno registrato progressi su diversi fronti, ma rimangono bloccati su una questione cruciale: le scorte iraniane di uranio altamente arricchito. Con il fallimento della strategia del blocco, si è creata una dinamica pericolosa: entrambi i contendenti ora credono che un nuovo round di combattimenti rafforzerà la loro posizione nei negoziati successivi. La nuova leadership suprema iraniana appartiene a questa scuola di pensiero, convinta che il precedente conflitto abbia dimostrato la forza dell’Iran e indebolito la percezione occidentale della sua vulnerabilità.

Teheran sta preparando una campagna di ritorsione significativamente più ampia e sofisticata. Gli obiettivi identificati includono i data center americani negli Emirati Arabi Uniti, ritenuti già coinvolti nel conflitto precedente attraverso il supporto al Pentagono. Colpire queste infrastrutture servirebbe a danneggiare le ambizioni di Abu Dhabi di diventare un hub globale dell’intelligenza artificiale, mentre indebolisce la competizione americana con la Cina nel settore tecnologico.

Una seconda linea strategica iraniana mira agli interessi finanziari personali di Trump e della sua famiglia in questi stessi settori tecnologici. Durante il primo conflitto, Teheran evitò deliberatamente questo tipo di pressione; ora appare disposta a utilizzarla, calcolando che una minaccia diretta al patrimonio personale del presidente potrebbe incentivarlo ad adottare posizioni negoziali più realistiche.

Ulteriori fronti di escalation includono una minore moderazione se altri stati del Golfo permetteranno l’uso del loro territorio o dello spazio aereo, con rischi di escalation orizzontale che potrebbe colpire infrastrutture energetiche critiche. Il Mar Rosso è ora considerato teatro potenziale, così come i cavi sottomarini in fibra ottica nel Golfo Persico, che Teheran vede come un possibile nuovo «Stretto di Hormuz» capace di paralizzare l’economia globale.

L’autore conclude che una nuova guerra non è inevitabile, ma quando entrambi i contendenti si convincono che il conflitto rafforzerà le loro posizioni negoziali, l’attrazione verso lo scontro diviene pericolosamente forte, indipendentemente dalla razionalità della logica sottostante.

L’analisi del Quincy Institute descrive una dinamica di escalation reciproca dove la ricerca di vantaggi negoziali attraverso la guerra rischia di diventare autoavverante. Per l’Italia e la NATO, il quadro è preoccupante: un conflitto Iran-USA nel Golfo avrebbe effetti immediati sulla sicurezza energetica europea e sulla stabilità del Mediterraneo allargato. La novità tattica iraniana — il targeting di infrastrutture critiche e interessi privati — suggerisce una guerra asimmetrica e diffusa, non un conflitto convenzionale contenibile. Occorre monitorare se gli alleati europei della NATO verranno coinvolti direttamente o se potranno mantenere una posizione di non-belligeranza.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 18 maggio 2026

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