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Gli Stati Uniti pagheranno più caro lo shock petrolifero rispetto a Cina, Russia e Ue

Sintesi

Secondo un’analisi pubblicata dal Quincy Institute, l’amministrazione Trump sostiene erroneamente che l’elevata produzione petrolifera nazionale protegga gli Stati Uniti dalle oscillazioni dei prezzi del petrolio causate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. In realtà, la vulnerabilità americana agli shock petroliferi è maggiore rispetto a quella di Cina, Russia e Unione Europea, nonostante la produzione interna.

Il meccanismo è legato alla natura globale dei mercati petroliferi. I prezzi sono determinati dall’equilibrio tra domanda e offerta mondiale, non dalla capacità produttiva nazionale. L’analisi ricorre a una metafora: il mercato globale funziona come una vasca da bagno con molteplici rubinetti (i produttori) e scarichi (i consumatori). Ciò che conta è il livello complessivo di petrolio nella vasca, non la provenienza delle singole molecole. La chiusura dello Stretto ha rimosso circa 10 milioni di barili al giorno dalla fornitura globale, normalmente intorno ai 100 milioni di barili giornalieri, provocando un aumento dei prezzi per tutti i paesi collegati al mercato mondiale.

Il fenomeno si sta propagando con ritardo temporale. L’Asia è stata colpita per prima a causa della vicinanza al Golfo Persico, ma gli effetti peggiori stanno per raggiungere l’Emisfero occidentale. Le navi cisterna vuote che attraversano l’Atlantico per caricare petrolio americano, che il presidente Trump ha celebrato sui social media, rappresentano il meccanismo di trasmissione dello shock. Questi carichi vengono dirottati verso l’Asia, dove i prezzi sono più elevati, determinando un aumento dei prezzi interni. I dati dell’Energy Information Administration per la settimana terminata il 24 aprile mostrano un calo massiccio di 6,2 milioni di barili dalle scorte petrolifere americane. Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito a 4,24 dollari al gallone in aprile, rispetto ai 3,77 dollari di marzo e ai 3,03 dollari di febbraio, prima dell’inizio della guerra.

La ragione della vulnerabilità americana è strutturale: l’economia statunitense è altamente dipendente dal petrolio, consumando il doppio di petrolio per unità di prodotto interno lordo rispetto all’Unione Europea, il 40 per cento in più rispetto alla Cina e il 20 per cento in più rispetto alla Russia. Questa dipendenza riflette due fattori: la cultura automobilistica americana e il ritardo nella transizione verso i veicoli elettrici. La Cina, al contrario, ha promosso strategicamente i veicoli elettrici e le ferrovie elettriche, comprendendo i vantaggi di sicurezza derivanti dal disaccoppiamento dal mercato petrolifero globale.

Gli shock petroliferi sono storicamente collegati alle recessioni economiche: dieci delle dodici recessioni americane del dopoguerra sono state precedute da picchi nei prezzi del petrolio. Poiché il consumo di petrolio è una necessità che non può essere rapidamente ridotta, i prezzi elevati della benzina costringono le famiglie americane a ridurre la spesa in altri beni, causando una massiccia contrazione della domanda. Nel breve termine, l’unica soluzione è un accordo con l’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz, ma il potere contrattuale degli Stati Uniti diminuirà man mano che la crisi si aggraverà.

L’analisi del Quincy Institute evidenzia un paradosso strategico che merita attenzione: la capacità produttiva nazionale non isola un’economia dagli shock globali in un mercato integrato. Per l’Italia e la Nato, questo solleva questioni sulla resilienza energetica dell’Alleanza atlantica e sulla necessità di diversificazione delle fonti, non solo di aumento della produzione domestica. La vulnerabilità comparativa americana potrebbe alterare gli equilibri decisionali all’interno della coalizione atlantica nei prossimi mesi, specialmente se i prezzi continueranno a salire.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 1 maggio 2026

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