Mali tra jihadisti e junta: il dilemma occidentale di una possibile caduta

Secondo un’analisi pubblicata dal Quincy Institute, gli attacchi lanciati da Jama’at Nusrat al-Islam wa-l-Muslimin (JNIM), organizzazione affiliata ad al-Qaida, il 25 aprile 2026 in Mali hanno riacceso il dibattito sulla stabilità della giunta militare al potere dal 2020. La morte del ministro della Difesa Sadio Camara, figura centrale nei rapporti con la Russia, ha evidenziato la fragilità delle autorità locali. Tuttavia, l’analisi suggerisce che il rischio di una conquista totale del paese da parte di JNIM sia stato sovrastimato.
Le ragioni di questa valutazione risiedono in tre fattori strutturali. In primo luogo, la capacità operativa di JNIM è stimata intorno ai 6.000 combattenti, una forza insufficiente per controllare un territorio di oltre 460.000 chilometri quadrati con una popolazione di 25 milioni di abitanti. In secondo luogo, sebbene JNIM desideri chiaramente la caduta della giunta, il gruppo non ha manifestato l’intenzione di assumere il controllo amministrativo del paese. Le sue azioni recenti, inclusa la presa temporanea di alcuni centri urbani e il rinnovamento del blocco su Bamako, seguono un modello di «governance ombra» piuttosto che di occupazione formale del territorio.
In terzo luogo, l’assunzione del controllo di Bamako comporterebbe dilemmi organizzativi significativi per JNIM: la gestione dei servizi pubblici, della giustizia e dell’amministrazione in un paese dove circa due terzi della popolazione vive in povertà estrema. Inoltre, JNIM opera come coalizione transnazionale attiva in Burkina Faso, Niger, Togo, Benin e Nigeria, e i suoi leader temono che un’espansione troppo rapida potrebbe frammentare il movimento.
L’analisi esamina poi lo scenario contrfattuale: qualora JNIM riuscisse effettivamente a proclamare un emirato jihadista a Bamako, quali sarebbero le risposte regionali e occidentali? A differenza del Talibano in Afghanistan o di Hay’at Tahrir al-Sham in Siria, JNIM possiede una struttura prevalentemente militare, scarsa esperienza amministrativa, leadership ristretta e non ha rotto i legami con al-Qaida. Ciò comporterebbe il rischio di un governo altamente repressivo, espansionista a livello regionale e incompatibile con i sistemi finanziari internazionali.
Tuttavia, esiste una possibile via di tolleranza: un JNIM che cessasse gli attacchi transfrontalieri, rinunciasse ad al-Qaida e offrisse un quadro di transizione strutturato potrebbe risultare accettabile ai governi regionali, africani e occidentali. Il gruppo ha già dimostrato pragmatismo politico attraverso negoziati su questioni specifiche, accordi con comunità locali e coordinamento con ribelli settentrionali.
L’analisi conclude che le capacità di intervento militare sono significativamente limitate. La Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), l’Unione africana, le Nazioni Unite e potenziali coalizioni guidate dalla Francia o da altri attori mostrano vari gradi di esaurimento. La Francia, che intervenne nel 2013 per contrastare un emirato jihadista predecessore, affronterebbe oggi minore sostegno domestico e maggior sospetto regionale. Gli Stati Uniti, impegnati in Medio Oriente, non sono in posizione di coordinare operazioni credibili in Mali. Uno scenario più probabile è una frammentazione ancora maggiore del controllo territoriale, con la possibilità di una partizione de facto già accelerata dagli eventi di aprile.
L’analisi del Quincy Institute offre una lettura sobria e controcorrente rispetto all’allarmismo mediatico: JNIM non è il Talibano e Mali non è l’Afghanistan, e questo cambia radicalmente le equazioni strategiche. Per l’Italia e la NATO, il messaggio è che l’assenza di una capacità di intervento credibile non è necessariamente una sconfitta, ma potrebbe essere il riconoscimento di una realtà: il Sahel non è più uno spazio dove le potenze occidentali possono imporre soluzioni militari. La vera sfida è costruire canali di comunicazione con tutti gli attori, inclusi quelli sgradevoli, una pratica che richiede una sofisticazione diplomatica che le istituzioni regionali africane e occidentali sembrano oggi mancare.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 maggio 2026



