Medio Oriente, il dilemma di Netanyahu dopo i cessate il fuoco imposti da Trump

Secondo un’analisi pubblicata dall’European Council on Foreign Relations (ECFR), il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si trova in una posizione di debolezza dopo i cessate il fuoco in Iran e Libano imposti dall’amministrazione Trump. Le promesse di una «nuova guerra mondiale» e di una vittoria decisiva si sono trasformate in un risultato che Netanyahu stesso ha definito «incompiuto», generando frustrazione sia nella popolazione civile che nei settori politici più conservatori.
Sul fronte iraniano, il regime rimane intatto e anzi ha consolidato la propria deterrenza, mantenendo il controllo dell’uranio arricchito e del programma missilistico balistico. Durante le quasi sette settimane di conflitto, l’Iran ha lanciato 640 missili e 765 droni contro Israele, mentre Hezbollah ha superato i mille attacchi. Nonostante i sistemi di difesa aerea israeliani abbiano contenuto le perdite civili a 20 morti, in Iran e Libano i bilanci sono stati drammaticamente più pesanti: rispettivamente 1.701 e 1.830 civili e combattenti uccisi.
Netanyahu teme che Trump possa concludere un accordo con Teheran simile al JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), che a suo giudizio favorirebbe eccessivamente l’Iran. Israele insiste affinché qualsiasi intesa affronti non solo il nucleare, ma anche i missili e i droni. Nel caso di un fallimento negoziale, gli analisti israeliani ipotizzano una strategia di «pazienza strategica», ricorrendo a strumenti economici, legali e operazioni coperte per indebolire il regime in attesa di una futura azione militare.
In Libano la situazione è ancora più complessa. Israele ha occupato una fascia di territorio di 8-10 chilometri a nord del confine, definita «zona cuscinetto di sicurezza», ma rimane intrappolata in una guerra di logoramento contro Hezbollah. L’organizzazione, sebbene colpita, continua a lanciare attacchi e ha ucciso cinque soldati e un civile israeliano dal cessate il fuoco. Gli analisti israeliani riconoscono che non esiste una soluzione militare rapida: disarmare Hezbollah richiederebbe un’occupazione totale del Libano, scenario impopolare in Israele alla luce dei precedenti storici.
L’ECFR sottolinea che questa situazione crea un’opportunità per l’Europa, finora marginalizzata nei processi decisionali nonostante debba affrontare le conseguenze della destabilizzazione regionale: carenze energetiche, inflazione e rischi di crisi migratoria. Gli europei dispongono di leve economiche significative su Israele e dovrebbero coordinarsi con i partner del Golfo per preservare i cessate il fuoco, contenere le operazioni militari israeliane e avviare un processo di stabilizzazione del Libano attraverso il rafforzamento dell’esercito libanese, unico attore con la legittimità per disarmare Hezbollah. La finestra temporale è ristretta: il mandato di UNIFIL scade a fine 2026 e Netanyahu continuerà a spingere per espandere le operazioni contro Hezbollah.
L’analisi dell’ECFR evidenzia un elemento tattico rilevante per la NATO: l’incapacità di Israele di conseguire una vittoria decisiva nonostante la superiorità tecnologica espone i limiti della strategia di forza bruta nel contesto mediorientale contemporaneo. Per l’Italia, membro di UNIFIL, la questione libanese assume importanza operativa concreta: il rafforzamento dell’esercito libanese e il ruolo europeo nella composizione di una futura missione di peacekeeping richiedono una visione strategica coerente, diversa dall’approccio reattivo finora prevalso. La marginalizzazione europea nei processi decisionali, sottolineata dall’ECFR, rispecchia una debolezza strutturale dell’UE nel Mediterraneo allargato che merita attenzione anche nel dibattito italiano sulla difesa europea.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 11 maggio 2026




