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E4 e R4 provano a fermare una nuova guerra con l’Iran senza gli Stati Uniti

Che cosa può fare l’Europa per evitare un nuovo conflitto tra Stati Uniti e Iran, se Washington non appare intenzionata a frenare? Secondo Ellie Geranmayeh, in un testo ospitato da Responsible Statecraft, la testata del Quincy Institute, e ripreso dall’European Council on Foreign Relations (ECFR), la risposta passa da un’intesa con le medie potenze mediorientali, attraverso due canali diplomatici paralleli da cui gli americani sono assenti.

Il punto di partenza è la risposta di Donald Trump a chi gli chiedeva se attaccherà di nuovo l’Iran dopo le elezioni di metà mandato: «tutto è possibile». Il timore di un ritorno alla guerra su larga scala ha messo in moto iniziative che l’autrice definisce tentativi estremi di prevenire, o almeno contenere, i danni.

Il primo canale riunisce l’E4 (Regno Unito, Francia, Germania e Italia) e l’R4 (Egitto, Pakistan, Turchia e Arabia Saudita). I ministri degli Esteri si sono visti a Istanbul il 23 ottobre per discutere la praticabilità della soluzione a due Stati, la fine della guerra tra Stati Uniti e Iran, la riapertura dello Stretto di Hormuz e la difesa dell’Arabia Saudita dall’ultima offensiva degli Houthi, i ribelli yemeniti.

L’ingresso dell’Italia accanto ai tre Paesi dell’E3 è giudicato positivamente. Rafforza il peso diplomatico europeo in un momento in cui il Regno Unito è indebolito dalla Brexit e la Germania ha perso influenza regionale per il sostegno a Israele. I rapporti tra Berlino e Teheran sono inoltre tesi dal 2022, per le violazioni dei diritti umani e per l’assistenza militare iraniana alla Russia. Roma non porta lo stesso fardello e non partecipò alla decisione dell’anno scorso di far scattare lo «snapback» delle sanzioni: circostanza che, nella lettura dell’autrice, potrebbe aiutare a riaprire la strada ai negoziati.

L’R4 si è formato all’inizio dell’anno, in risposta al mutato equilibrio di potenza in Medio Oriente. Tutti i suoi membri tranne l’Egitto hanno firmato ad agosto la Mecca Defence Alliance, un patto militare, le cui misure di difesa collettiva sono state attivate di recente dopo l’offensiva houthi contro l’Arabia Saudita.

Il secondo canale si è aperto tre giorni dopo, quando i vertici della sicurezza di Pakistan, Turchia e Arabia Saudita hanno incontrato la leadership iraniana a Teheran. L’obiettivo era evitare un nuovo ciclo di combattimenti includendo l’Iran in un processo diplomatico strutturato. Per Teheran, che ha ospitato l’incontro, il ritorno è stato anche d’immagine, mentre l’amministrazione Trump tenta di imporre un blocco completo al Paese.

La fretta dei Paesi regionali ha una ragione precisa: l’Iran ha fatto capire che la risposta a nuovi attacchi americani o israeliani sarebbe più dannosa di tutto ciò che il Medio Oriente ha subito negli ultimi otto mesi. Gli Houthi hanno già danneggiato infrastrutture critiche saudite e colpito il traffico nel Mar Rosso. Un’azione congiunta con Teheran sugli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb avrebbe ricadute economiche globali. Secondo l’autrice, a Teheran dominano le fazioni militari intransigenti emerse con la guerra, e l’élite della Repubblica islamica resterà con ogni probabilità al potere.

L’assenza americana, nota il testo, è il dato più evidente. Per l’R4 la gestione dell’Iran da parte di Washington ha incrinato l’idea che le forze armate statunitensi garantiscano una protezione senza condizioni, la stessa constatazione che gli europei fanno sull’Ucraina. Stati Uniti e Israele hanno la capacità di devastare la regione, ma non hanno saputo o voluto vincere la pace. Un collasso dell’Iran, Paese di oltre 90 milioni di abitanti, avrebbe conseguenze gravi per i vicini e per l’Europa.

Tra le proposte, la priorità è impedire il ritorno a una guerra ad alta intensità. Gli autori ipotizzano di legare l’alleggerimento delle sanzioni europee a un monitoraggio internazionale rafforzato, con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) al centro, e di spingere la Cina a usare i propri legami commerciali per ottenere la riapertura stabile di Hormuz. Si prevedono anche un maggiore sostegno ai governi centrali di Libano e Siria, più fondi alle Forze armate libanesi e il contrasto alle forniture tecnologiche a Hizbullah e Houthi lungo le catene di approvvigionamento da Cina e Russia.

Nel lungo periodo, osserva l’autrice, il formato E4+R4 potrebbe gettare le basi di un’architettura di sicurezza più ampia del solo schema di deterrenza della Mecca, fino a fondere il canale di Teheran con gli Accordi di Abramo. Una guerra su vasta scala tra Stati Uniti e Iran, ammette il testo, potrebbe comunque rivelarsi inevitabile.

Il commento di GrNet.it

Il 23 ottobre a Istanbul l’Italia si è seduta al tavolo con Londra, Parigi e Berlino, e il fatto di non aver partecipato allo «snapback» delle sanzioni è per Roma un capitale diplomatico, ma anche una responsabilità da spendere con giudizio. L’articolo però non quantifica gli strumenti: interdire carichi destinati a Hizbullah e Houthi richiede mezzi navali, intelligence e regole d’ingaggio condivise, e non è chiaro chi li metterebbe a disposizione. Resta poi da verificare se i moniti dei tre Paesi a Teheran, che l’autrice dà solo come probabili, abbiano avuto effetto. Per un Paese mediterraneo come il nostro, il rischio sulle rotte di Hormuz e di Bab el-Mandeb è molto concreto, e vale la pena chiedersi con quali risorse l’Italia intenda sostenere il proprio posto nell’E4.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 31 ottobre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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