Midterm USA: dazi e guerra con l’Iran difficilmente cambieranno presto

Può un voto di metà mandato modificare le politiche estere che gli elettori americani collegano al caro vita? Secondo un commento pubblicato da Chatham House il 22 ottobre 2026, la risposta è negativa, almeno nel breve periodo: dazi e guerra con l’Iran restano in larga parte nelle mani dell’esecutivo, e il Congresso che uscirà dalle urne avrà strumenti lenti e di efficacia incerta.
Il commento parte dal malcontento. Un sondaggio di agosto rileva che il 75 per cento degli americani teme di non poter sostenere la spesa per generi alimentari e beni di consumo, e l’83 per cento di questi attribuisce ai dazi l’aumento dei prezzi. Fino a tre elettori su quattro dichiarano che le tariffe influenzeranno il loro voto. La guerra con l’Iran è collegata al costo della vita, e diverse maggioranze affermano che, anche se Donald Trump la concludesse prima del 3 novembre, non giudicherebbero il suo partito più favorevolmente.
L’ultima volta che un voto di metà mandato fu segnato da una simile irritazione sui temi internazionali era il 2006, con l’Iraq in deterioramento. Dopo quelle elezioni il presidente George W Bush scelse una linea più dura, l’escalation del 2007 nota come «surge». Per l’autore anche Trump potrebbe irrigidirsi su guerra e dazi, per ragioni di stile politico e per l’ampiezza dei poteri che l’esecutivo detiene in materia internazionale. I Democratici promettono inchieste su corruzione e stato di diritto, ma recuperare potere richiederà tempo.
Sull’Iran, i fattori che hanno impedito un accordo prima del voto resteranno anche dopo. Dalla regione e da Washington si ipotizzano una ripresa del conflitto e varie forme di allargamento, dall’attacco agli impianti nucleari iraniani a una guerra per procura più aggressiva condotta dall’Iraq. Trump ha intanto annunciato l’invio di 9.000 soldati aggiuntivi.
Alcuni parlamentari guardano agli strumenti disponibili. La legge sui poteri di guerra del 1973 richiede l’autorizzazione del Congresso per ostilità oltre i 60 giorni; una risoluzione è già passata tre volte alla Camera, con alcuni voti repubblicani, mentre al Senato Trump l’ha bloccata, l’ultima volta per un solo voto. Nel prossimo Congresso potrebbe passare in entrambe le camere. Ma i presidenti di entrambi i partiti l’hanno finora respinta con il veto o ignorata, Trump compreso nel 2019 sullo Yemen e nel 2020 sull’Iran, e i tribunali hanno rifiutato di pronunciarsi sui ricorsi dei parlamentari. Una risoluzione congiunta aumenterebbe la pressione politica, nulla di più.
Resta il potere di bilancio. Subito dopo il voto il Congresso uscente tornerà per la sessione detta «lame duck» e dovrà votare la richiesta del Pentagono di fondi aggiuntivi per la guerra; Democratici e alcuni Repubblicani l’hanno già bloccata una volta. Nessun Congresso, in passato, ha dato seguito alla minaccia di tagliare i finanziamenti a un conflitto sgradito. Il dibattito può tuttavia pesare: è improbabile che approvi il bilancio militare da 1.500 miliardi di dollari chiesto da Trump prima della guerra, con un aumento del 44 per cento. Con le forze armate in difficoltà nel rimpiazzare missili costosi e nel garantire la deterrenza altrove, crescerà la spinta a chiudere il conflitto o ridimensionarlo, ma senza tempi rapidi né effetti sui prezzi.
Sui dazi il quadro appare più lineare solo sulla carta. La Costituzione attribuisce al Congresso il potere tariffario, e maggioranze contrarie potrebbero abrogare le misure o vietare aumenti senza il suo consenso. Da un decennio, però, i Congressi di diversa composizione si oppongono a accordi di libero scambio e dazi proposti dai presidenti senza trovare una politica commerciale condivisa. I Democratici, divisi sui livelli ideali delle tariffe, dubitano di ottenere dai Repubblicani sgravi oltre settori specifici come forniture scolastiche o materiali da costruzione.
L’amministrazione, intanto, rilancia. Ha avviato nuove indagini ai sensi della «section 301» verso l’Unione europea e altre 15 economie, accusate di sovrapproduzione per esportare a prezzi sleali, e lascia aperta la strada a misure «section 232» su semiconduttori, minerali critici e aeromobili commerciali. Ha inoltre chiesto commenti sull’effetto del Carbon Border Adjustment Mechanism europeo sulle imprese americane, con scadenza la settimana successiva al voto: uno strumento negoziale o, se le misure attuali cadessero in tribunale, un nuovo ciclo di dazi.
Per l’autore, la rabbia espressa nelle urne spingerà il nuovo Congresso a usare con più decisione i poteri su bilancio e tariffe. Se non accadrà, gli elettori potrebbero scoprire di aver azionato una leva scollegata, con frustrazione crescente e maggiori probabilità di esiti sorprendenti alle presidenziali del 2028.
Il commento di GrNet.it
Rinforzi in arrivo nella regione, 9.000 uomini, mentre a Washington la sessione di novembre vota su fondi già bloccati una volta: la logistica di un teatro operativo vive in questa distanza. Per chi pianifica, anche in ambito di coalizione, conta poco chi vince alla Camera e molto se le munizioni di precisione e i missili costosi, che secondo il testo le forze americane faticano a rimpiazzare, saranno finanziati in tempi certi. Un’incertezza di bilancio si traduce in priorità diverse tra teatri, e per l’Italia, con interessi nel Mediterraneo e partner impegnati su più fronti, è un dato da considerare con prudenza. Il commento resta una previsione sul comportamento di Congresso e Casa Bianca, non una misura delle scorte o delle capacità, che l’articolo non quantifica.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 22 ottobre 2026





