Sanzioni Usa alla Corte penale internazionale: le opzioni degli Stati parte

Secondo un commento di esperti pubblicato da Chatham House il 15 ottobre 2026, l’estensione delle sanzioni statunitensi all’intera Corte penale internazionale (International Criminal Court, ICC) alza la posta della campagna condotta da Washington contro l’istituzione. Gli Stati che la sostengono devono ora decidere come rispondere e, secondo l’autore, è il momento di mettere sul tavolo tutte le opzioni disponibili, anche le più drastiche.
Il 9 ottobre 2026 gli Stati Uniti hanno designato la Corte ai sensi dell’Executive Order 14203. Il provvedimento porta all’ente nel suo complesso il pacchetto già in vigore nei confronti di singoli funzionari. Sono congelati i beni di proprietà della Corte ed è vietata qualsiasi transazione di persone o entità statunitensi che coinvolga l’ICC.
Il divieto prevede eccezioni limitate: la prosecuzione della detenzione di alcune persone in attesa di giudizio, il pagamento delle pensioni, l’uso di software informatici e social media. A queste si aggiunge un periodo di «wind down» di 180 giorni, che consente alcune operazioni altrimenti vietate fino ad aprile 2027.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha inquadrato la misura nella campagna per smantellare la Corte «mattone per mattone». Ha ricordato che repubblicani e democratici hanno sempre respinto l’idea che l’ICC possa processare cittadini, militari o dirigenti politici americani. Si attende inoltre che gli alleati, molti dei quali Stati parte e legati alla protezione dei militari statunitensi per la propria difesa, tengano a freno la Corte. In caso contrario, ha avvertito, la campagna proseguirà. L’ICC ha definito le sanzioni un tentativo di ostacolare la giustizia e un attacco allo stato di diritto, aggiungendo che il suo destino dipende anche dagli Stati che l’hanno creata.
Sul piano pratico, il congelamento impedisce di mettere a disposizione della Corte risorse economiche, in via diretta o indiretta. Vincola i cittadini statunitensi e i titolari di green card ovunque si trovino, le società americane e chiunque operi negli Stati Uniti. Si estende anche a transazioni e dati instradati attraverso il territorio americano. L’effetto è di limitare, nella migliore delle ipotesi, e di bloccare, nella peggiore, quasi tutte le operazioni finanziarie del soggetto designato. Senza contromisure, le attività quotidiane dell’ICC ne risentirebbero in modo grave. La licenza generale offre soltanto una dilazione.
Finora i ministri degli Esteri del Regno Unito e di altri Paesi hanno firmato una dichiarazione congiunta di sostegno alla Corte. L’Unione europea si è detta pronta ad assumere le misure necessarie perché l’ICC continui a operare in modo efficace. Il commento passa quindi in rassegna tre linee d’azione per il governo britannico, da condurre in coalizione con gli altri Stati parte.
La prima è il dialogo diplomatico con Washington sulle sue obiezioni all’autorità della Corte. La licenza di 180 giorni, presentata come gesto di buona fede, serve a questo scopo. L’Assemblea degli Stati parte, in programma a dicembre, sarà la sede per rivedere e allineare la risposta comune.
La seconda è l’assistenza concreta, da preparare in parallelo. Le imprese colpite dalle sanzioni potrebbero sospendere i servizi prima della scadenza delle licenze, con effetti sulle indagini e sulle attività dell’ICC che, nota l’autore, Washington verosimilmente desidera. Gli Stati parte avrebbero quindi bisogno di un piano organico che copra i servizi informatici, il sostegno bancario e i canali di pagamento.
La terza è il ricorso al Blocking Statute, definito «opzione nucleare» dal ministro degli Esteri olandese Tom Berendsen. Sarebbe disponibile per alcuni Stati parte, in particolare Regno Unito e Stati membri dell’UE, e vieterebbe a qualunque persona fisica o giuridica di conformarsi alle sanzioni americane. Strumenti di questo tipo sono stati usati molto di rado, contro l’applicazione extraterritoriale di sanzioni statunitensi verso Paesi come Cuba e Iran.
Anche questa opzione, osserva il testo, ha quattro limiti. Non è disponibile a tutti gli Stati parte senza nuova legislazione primaria. Non è certo che le misure americane rientrino nella norma, pensata per proteggere gli «interessi commerciali». Vale solo per chi ricade nella giurisdizione interessata, come cittadini e società britannici o dell’UE. Infine pone le imprese nazionali davanti a un dilemma: violare le sanzioni statunitensi o violare il Blocking Statute. Gli Stati che potrebbero attivarlo non l’hanno fatto neppure dopo le misure contro giudici e personale della Corte.
Il commento di GrNet.it
Il commento non dice quali imprese e quali servizi siano davvero esposti al ritiro anticipato, né come gli Stati parte intendano misurare il rischio prima di aprile 2027: sono i dati che servirebbero per giudicare la praticabilità del piano di sostegno. Rubio lega la questione alla dipendenza degli alleati dai militari americani per la difesa, e per l’Italia, come Stato membro dell’UE e partner dell’Alleanza, questo intreccio tra giustizia penale internazionale e sicurezza va pesato con cura. L’eventuale ricorso al Blocking Statute metterebbe le imprese nazionali davanti a un dilemma di conformità, e sarebbe utile capire in anticipo come ripartirne il costo. Resta aperto se il dialogo di dicembre basterà a evitarlo.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 15 ottobre 2026






