Iran e NPT: l’uscita dal Trattato divide il fronte interno e dipende da Mosca e Pechino

«Uscire dal Trattato di non proliferazione non va confuso con lo sviluppo di un’arma nucleare.» La distinzione è al centro dell’articolo di Wendy Ramadan-Alban pubblicato da Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, che si chiede se Teheran sia vicina al ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare (NPT). La risposta è prudente: il dibattito interno si è allargato oltre il campo ultraconservatore, ma manca un consenso politico e la dipendenza diplomatica da Russia e Cina frena la decisione.
Il 28 settembre 32 esponenti conservatori, molti dei quali hanno servito in governi di quell’area, hanno diffuso una lettera aperta. Sostengono che l’appartenenza al Trattato non risponda più agli interessi iraniani e chiedono al presidente Masoud Pezeshkian, al Parlamento (Majles) e al Consiglio supremo di sicurezza nazionale (SNSC) di sospendere ogni cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e di avviare subito la procedura di uscita.
Dal ripristino delle sanzioni ONU (snapback) nel settembre 2025, i deputati ultraconservatori insistono per il ritiro. Il Majles aveva già redatto nel 2025 un testo in tal senso, rimasto fermo. A settembre è arrivata una nuova proposta «a tripla urgenza», consegnata al presidente dell’assemblea Mohammad Baqer Ghalibaf, che è anche il capo negoziatore. Una legge, tuttavia, non obbliga l’esecutivo: sulle questioni nucleari decide l’SNSC, come mostrò la sospensione della legge su castità e hijab nell’agosto 2024.
Storicamente la richiesta di lasciare il Trattato era appannaggio di figure come Saeed Jalili, capo della squadra negoziale nucleare dal 2007 al 2013, e del deputato Hamid Rasaee, del «Fronte della stabilità». La guerra tra Stati Uniti e Iran del 2025 ha incrinato questo monopolio. Alcuni esponenti dell’area moderata hanno cambiato posizione: il giornalista Ali Nazari sostiene ora lo sviluppo di un’arma nucleare, oltre all’uscita dal NPT.
La minaccia di ritiro è da tempo una leva negoziale per le élite iraniane, di qualunque schieramento. Secondo le sue memorie, nel maggio 2005 Hassan Rouhani, allora segretario dell’SNSC, avvertì che l’Iran avrebbe lasciato il Trattato se il Consiglio dei governatori dell’AIEA avesse rinviato il dossier al Consiglio di Sicurezza. Il rinvio ci fu nel febbraio 2006 e la minaccia non fu attuata.
Oggi, osserva l’autrice, il contesto è diverso. Dopo l’adozione della risoluzione GOV/2026/61 dell’AIEA, l’attuale segretario dell’SNSC, Mohsen Rezaei, ha scritto su X che simili iniziative potrebbero portare l’Iran fuori dal Trattato. Il testo, però, non conteneva elementi nuovi rispetto al precedente: per l’autrice è un pretesto per segnalare una postura nuova. Nessun suo predecessore aveva formulato una minaccia simile, e proprio il ruolo dell’SNSC induce a prenderla sul serio. Un allineamento tra Majles e SNSC si era già verificato prima della sospensione dei negoziati con l’AIEA nel settembre 2025.
Rezaei, intervistato da Al Jazeera il 19 settembre, ha ribadito il rispetto della fatwa emanata nel 1995 dalla defunta Guida suprema Ali Khamenei contro le armi di distruzione di massa. Sembra preferire una soluzione diplomatica: all’Assemblea generale dell’ONU l’Iran ha proposto la fine delle ostilità su tutti i fronti, lo sblocco dei beni iraniani e la revoca del blocco dei porti, in linea con il memorandum d’intesa di giugno. Il presidente Donald Trump ha respinto l’offerta. Secondo alcuni, la forza normativa della fatwa era comunque già erosa dalla nuova postura nucleare enunciata nel 2024. Certi esperti iraniani ritengono inoltre che l’uscita debba avvenire solo dopo aver ottenuto l’arma, per non subire una punizione anticipata.
I rapporti con l’AIEA si sono deteriorati. Teheran attribuisce in parte all’agenzia e al suo direttore generale Rafael Grossi la responsabilità della guerra dei 12 giorni, e le rimprovera di non aver condannato esplicitamente gli attacchi di Israele e Stati Uniti ai siti nucleari. L’esclusione di fatto di Mohammad Eslami, massimo responsabile nucleare iraniano, dalla 69ª conferenza generale di settembre ha rafforzato la percezione di un’agenzia politicizzata.
Il principale ostacolo resta la dipendenza da Russia e Cina. Dopo l’uscita americana dal JCPOA nel 2018 Teheran ha intensificato la cooperazione con le due potenze, e Pechino ha assorbito quasi tutto il petrolio esportato dall’Iran. Le parole di Rezaei possono quindi leggersi anche come un avvertimento a Mosca e Pechino perché esercitino il veto contro nuove misure al Consiglio di Sicurezza, tenuto conto che in passato entrambe votarono il rinvio del dossier e sostennero sanzioni multilaterali.
Il dibattito resta aperto: la maggior parte di riformisti e centristi sembra contraria e l’SNSC non ha raggiunto una posizione comune. La scelta di Ghalibaf sull’avanzamento della legge indicherà gli equilibri interni, senza per questo determinare le azioni future dell’Iran.
Il commento di GrNet.it
La minaccia di Rouhani del 2005, mai attuata quando il rinvio al Consiglio di Sicurezza arrivò nel febbraio 2006, ricorda quanto sia rischioso trattare ogni annuncio di ritiro come una decisione già presa. Il quadro odierno è diverso, perché la voce è quella del segretario dell’SNSC e non più soltanto quella dei deputati, e per chi valuta i rischi di una crisi vicina al Mediterraneo la differenza pesa. Resta però il nodo della verificabilità: l’uscita dal Trattato toglierebbe all’AIEA gli strumenti di accesso, e questo renderebbe più difficile distinguere ciò che è dichiarato da ciò che è effettivamente in corso. Sarebbe utile capire se Mosca e Pechino considerino davvero il veto un impegno, o soltanto una carta da giocare caso per caso.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 8 ottobre 2026




