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Hormuz, più petrolio in transito ma la guerra con l’Iran resta in stallo

Secondo un’analisi di Kelley Beaucar Vlahos pubblicata da Responsible Statecraft, testata del Quincy Institute, l’aumento del greggio che attraversa lo Stretto di Hormuz, presentato come un successo dell’amministrazione Trump, non segnala l’uscita dall’impasse. La guerra con l’Iran resta in una situazione di stallo, i costi del trasporto marittimo salgono e Teheran continua a colpire le navi, spesso con episodi poco ripresi dalla stampa generalista.

I tracker di settore hanno registrato nell’ultima settimana più navi in entrata e in uscita rispetto all’inizio del conflitto: tra 13 e 17 milioni di barili al giorno e da sei a 17 petroliere quotidiane. Prima della guerra la media era di 20 milioni di barili. Kpler, piattaforma privata di analisi dati e fonte più citata nei resoconti recenti, ha indicato una media di 13 milioni di barili al giorno a fine mese. L’oleodotto saudita Est-Ovest, tornato in funzione a fine settembre, permette inoltre a 4 milioni di barili al giorno di lasciare la regione dai porti del Mar Rosso.

Gran parte dei volumi maggiori, spiega l’avvocato ed esperto di energia Amir Handjani, passa per trasferimenti da nave a nave. Compagnie private spengono i transponder del Sistema di identificazione automatica (AIS) e travasano il carico su navi «shuttle» governative, che attraversano lo stretto «al buio» e scaricano su petroliere più grandi in acque aperte e più sicure. L’operazione è rischiosa e costosa, e secondo Handjani non procede senza un forte investimento della Marina statunitense.

I governi evitano i costi assicurativi con i loro mezzi, ma i premi del trasporto privato aumentano, anche per gli attacchi in corso. Le superpetroliere (Very Large Crude Carriers, VLCC), necessarie a ricevere il carico dagli shuttle, scarseggiano. L’esperto di trasporti marittimi Sal Mercogliano cita tariffe di 1,2 milioni di dollari in uscita dal Golfo Persico e di 800.000 dollari dal Golfo di Oman verso l’Asia, e parla di un paradosso: i flussi fisici si riprendono, ma attraverso rotte più lunghe, trasbordi e costi di rischio bellico straordinari, non con un ritorno alla normalità.

Rose Kelanic, direttrice del programma Medio Oriente di Defense Priorities, descrive una condizione di limbo: l’Iran non può chiudere del tutto lo stretto, ma gli Stati Uniti non possono riaprirlo del tutto. Garantire il passaggio del greggio senza un accordo di pace richiede, a suo dire, un impegno militare ingente, la cui sostenibilità finanziaria è una questione aperta. Un ulteriore gruppo di portaerei guidato dalla USS Roosevelt è stato inviato nel Golfo, mentre la Marina, ricorda l’autrice, dispone già di poche unità da avvicendare senza indebolire la postura in altri teatri.

Il capitolo sul gasolio è il più pesante. Le raffinerie del Golfo sono state colpite dall’Iran, quelle di Ucraina e Russia sono bersagli della guerra in corso e Mosca ha vietato le esportazioni. Gli Stati Uniti, grandi esportatori, non compensano il calo dell’offerta globale, che incide su trasporto su gomma, agricoltura e logistica in America, in Europa e nel Sud globale.

Venerdì il G7 ha concordato il rilascio di 100 milioni di barili di greggio e gasolio dalle riserve, in aggiunta ai 400 milioni decisi a marzo tramite l’Agenzia internazionale per l’energia. Trump ritiene che gli europei non rispettino la loro parte e ha minacciato di vietare le esportazioni americane di gasolio, misura che gli esperti citati giudicano un disastro per i prezzi. Le riserve statunitensi, osserva il testo, sono ai livelli più bassi dal 1983. Kelanic nota che il flusso in uscita resta inferiore alla domanda: le scorte si consumano più lentamente, ma i margini sono molto meno solidi di febbraio.

Domenica il Brent quotava ancora 102 dollari al barile. Ezana Tedla, analista macroeconomico della Bourse & Bazaar Foundation, attribuisce il dato alla pressione del conflitto irrisolto e ricorda una nota di J.P. Morgan che, in sostanza, ammette di non sapere come evolverà il mercato. Per l’autrice i prezzi al consumo non scenderanno prima delle elezioni di metà mandato del mese prossimo; secondo Handjani solo un accordo con l’Iran darebbe al mercato ciò che attende.

Il commento di GrNet.it

Quanto può durare una scorta navale quando le unità disponibili sono meno degli impegni assunti? Il testo ricorda che la Marina statunitense fatica già ad avvicendare i mezzi senza scoprire altri teatri, e ogni presidio continuo si regge su un ciclo di rotazione (unità in missione, in manutenzione, in addestramento) che non si improvvisa. Per l’Italia, dove il trasporto merci su gomma dipende dal gasolio, il punto riguarda meno la presenza americana nel Golfo che la tenuta delle scorte europee, già alimentate dai rilasci del G7 e dell’Agenzia internazionale per l’energia, di cui l’articolo non dettaglia la ripartizione. Va infine ricordato che i volumi citati sono stime di tracker privati con scarti ampi, e che la lettura realista di Responsible Statecraft andrebbe incrociata con fonti di taglio più operativo.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 5 ottobre 2026

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