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Etiopia sull’orlo di una nuova guerra civile, allarme per il Corno d’Africa

Negli aeroporti di Mekelle, Axum e Shire, nel Tigray settentrionale, i piloti della Ethiopian Airlines hanno ricevuto l’ordine di cancellare tutti i voli dopo che le milizie ribelli ne hanno preso il controllo. È uno degli episodi più recenti della nuova ondata di violenza che il Quincy Institute, nell’analisi di Dan M. Ford pubblicata su Responsible Statecraft, descrive come il preludio a una possibile guerra civile su scala regionale in Etiopia.

Gli scontri della scorsa settimana tra ribelli e forze federali negli stati di Tigray, Amhara e Afar hanno causato centinaia di morti, in un paese che si sta ancora riprendendo dal precedente conflitto civile, costato circa 600.000 vite tra il 2020 e il 2022.

La nuova fase di violenza coincide con la formazione di una coalizione militare, la Ethiopian Peoples’ Forces Alliance for Survival, annunciata da sette gruppi armati provenienti da diverse aree del paese. L’obiettivo dichiarato dell’alleanza è rimuovere dal potere il governo federale guidato dal primo ministro Abiy Ahmed Ali.

Il gruppo guida della rivolta resta il Tigray People’s Liberation Front, Tplf, che la scorsa settimana ha conquistato gli aeroporti internazionali di Mekelle, Axum e Shire. Nei giorni successivi l’esercito etiope ha riguadagnato terreno, riprendendo lunedì la città strategica di Alamata, circa 75 miglia a sud del capoluogo tigrino.

Tra le forze che si sono unite al Tplf figura il Fano National Movement, coalizione separatista dello stato di Amhara che nella guerra precedente aveva combattuto a fianco del governo federale contro gli stessi tigrini. L’intesa attuale tra due ex rivali segna, secondo l’autore, uno dei capovolgimenti più significativi del conflitto.

Le tensioni si erano aggravate da mesi: a maggio il Tplf aveva ripreso il controllo amministrativo del Tigray, accusando Addis Abeba di non avere rispettato gli impegni dell’accordo di Pretoria che aveva chiuso la guerra 2020-2022. Da allora si sono susseguiti scontri sporadici, mentre le organizzazioni per i diritti umani denunciano attacchi con droni del governo che avrebbero colpito civili, chiedendo indagini per possibili crimini di guerra.

Washington ha finora adottato un approccio attendista, sebbene la violenza crescente inizi a sollevare pressioni al Congresso: secondo Semafor, i senatori democratici guidati da Jeanne Shaheen chiedono al segretario di Stato Marco Rubio di intervenire nella crisi, senza che sia chiaro in cosa consisterebbe tale intervento. Alla restrizione dei visti imposta a giugno a funzionari del Tplf si è contrapposta, poche settimane fa, la revoca delle sanzioni contro funzionari e militari dell’Eritrea vicina, introdotte dall’amministrazione Biden per limitare il ruolo di Asmara nel conflitto precedente.

L’Eritrea, alleata di Addis Abeba nella guerra passata contro il Tplf, ha progressivamente spostato il proprio sostegno verso i ribelli tigrini, complice il deterioramento dei rapporti con l’Etiopia sulla questione dell’accesso al Mar Rosso. Addis Abeba rivendica infatti l’uso del porto eritreo di Assab, già sotto controllo etiope fino all’indipendenza eritrea del 1993, e paga attualmente tra 1,5 e 2 miliardi di dollari l’anno a Gibuti per l’utilizzo del suo scalo marittimo.

Sullo sfondo resta la disputa tra Etiopia ed Egitto per la Grand Ethiopian Renaissance Dam, Gerd, inaugurata il 9 settembre 2025 dopo 14 anni di lavori e divenuta il più grande impianto idroelettrico del continente. Il Cairo, che teme per la propria sicurezza idrica, ha intensificato il sostegno diplomatico e, in alcuni casi, militare a Eritrea, Sudan e Somalia, paesi a loro volta attraversati da conflitti interni che, secondo l’analisi, rendono più difficile contenere la crisi tigrina entro i confini etiopi.

L’autore conclude che un intervento militare statunitense dovrebbe restare del tutto escluso, mentre eventuali sanzioni mirate contro soggetti in grado di alimentare il conflitto, come funzionari eritrei, andrebbero valutate caso per caso.

Il commento di GrNet.it

Le alleanze capovolte tra Eritrea e Tigray dimostrano che nel Corno d’Africa i rapporti di forza seguono la geografia dei porti più che le appartenenze etniche o ideologiche, un elemento che ogni valutazione di rischio dovrebbe mettere al primo posto. La rapidità con cui una coalizione militare si ricompone, passando da nemici a alleati nel giro di pochi anni, segnala quanto siano fragili le letture basate su categorie fisse di amico e avversario. Per l’Italia, che nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden mantiene presenze di sorveglianza marittima e interessi commerciali, una destabilizzazione prolungata dell’Etiopia avrebbe ricadute dirette sulla sicurezza delle rotte, pur restando un conflitto geograficamente distante. Resta aperta la domanda se le cancellerie occidentali, Washington compresa, dispongano degli strumenti diplomatici per contenere una crisi che intreccia Sudan, Somalia, Egitto ed Eritrea senza una regia unica riconoscibile.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 1 ottobre 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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