Osservatorio StrategicoUcraina

Perché le chiese ucraine sono un fronte della guerra con Mosca

Il 25 agosto 2026 a Mosca si sono svolti, senza coordinamento reciproco, due incontri distinti: il direttore della CIA John Ratcliffe è arrivato senza preavviso su un velivolo militare statunitense per colloqui con l’intelligence russa, mentre l’arcivescovo Paul Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, ha incontrato Sergei Lavrov dichiarando che la guerra in Ucraina deve finire. Secondo Andrzej Marszewski, autore dell’analisi pubblicata da RUSI, la coincidenza temporale ha suggerito una lettura da “poliziotto buono/poliziotto cattivo”, respinta dallo stesso Lavrov, ma l’episodio mostra come la dimensione religiosa sia parte integrante della guerra russa contro l’Ucraina.

L’articolo ricostruisce come Mosca misuri il proprio “territorio canonico” non sui confini statali ma sull’estensione raggiunta dal Battesimo della Rus’ nell’anno 988, includendo così l’Ucraina nella giurisdizione del Patriarcato. La concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa d’Ucraina da parte di Costantinopoli nel 2019, che ha allineato la giurisdizione ecclesiastica ai confini ucraini, resta respinta da Mosca come un furto spirituale.

Sul terreno ucraino convivono tre chiese principali: la Chiesa ortodossa d’Ucraina, maggioritaria tra gli ortodossi ucraini; la Chiesa ortodossa ucraina (UOC), storicamente legata a Mosca ma che rivendica indipendenza dal 2022; e la Chiesa greco-cattolica ucraina, in comunione con Roma. In base alla legge ucraina del 2024 sulle organizzazioni religiose collegate alla Russia, nel 2025 lo Stato ha avviato la dissoluzione della Metropolia, l’organo di governo dell’UOC a Kyiv, ritenuta ancora affiliata al Patriarcato di Mosca. Il 30 agosto 2026, secondo l’Unione dei giornalisti ortodossi, all’eparchia di Zaporizhzhia sarebbe stato ordinato di recidere i legami con la Metropolia.

Una sentenza del 6 aprile 2026 della Corte d’appello amministrativa ha però annullato solo l’ordine relativo a una revisione del 2023 per vizi procedurali, senza pronunciarsi sull’indipendenza dell’UOC da Mosca né sull’indagine del 2025. Marszewski osserva che ogni errore procedurale fornisce a Mosca argomenti, rafforzati dagli avvertimenti di Human Rights Watch sull’ampiezza eccessiva della legge, per presentare come persecuzione religiosa una legittima preoccupazione di sicurezza ucraina.

L’analisi ricostruisce inoltre la genesi del concetto di Russkiy Mir, il “mondo russo” che unisce Russia, Ucraina e Bielorussia in un unico spazio spirituale, teorizzato da Putin e dal patriarca Kirill e formalizzato nel decreto del marzo 2024 del Concilio del popolo russo, che ha definito l’invasione una “guerra santa”. Un testo del Patriarcato pubblicato nel luglio 2026, intitolato Kirill’s War, descrive la morte in combattimento come “co-crocifissione”. Per l’autore, la storia della Chiesa greco-cattolica ucraina, nata dall’Unione di Brest del 1596 e soppressa dall’assemblea di Leopoli del 1946, spiega perché Mosca tema l’influenza vaticana quanto quella polacca.

Il rapporto suggerisce quattro linee d’azione per i governi occidentali: monitorare le nomine ecclesiastiche nei territori occupati come indicatori d’allarme, predisporre fin da ora un capitolo religioso nei negoziati, sostenere un processo legale ucraino ineccepibile caso per caso, e distinguere l’ortodossia nel suo complesso dal Patriarcato di Mosca, proteggendo al contempo il canale vaticano da pressioni occidentali.

Il commento di GrNet.it

La dottrina sovietica insegnava che il controllo del passato precede quello del futuro, e la gestione delle nomine ecclesiastiche nei territori occupati descritta da Marszewski riproduce esattamente questo schema, applicato ora alla toponomastica e alla successione episcopale. Per un osservatore con esperienza di pianificazione operativa, colpisce che l’analisi tratti la giurisdizione religiosa come un indicatore di intenzione strategica al pari dei movimenti di truppe, cosa che i quadri di intelligence occidentali tendono a sottovalutare per assenza di competenze ecclesiologiche dedicate. Un negoziato che fissi solo linee territoriali, senza affrontare lo status delle diocesi contese, rischia di lasciare intatta la base ideologica per una ripresa del conflitto in altra forma. Per l’Italia, paese con una tradizione diplomatica vaticana consolidata, il tema meriterebbe più attenzione nei tavoli di analisi strategica, non fosse altro perché la Santa Sede resta uno dei pochi canali capaci di ottenere risultati concreti dove la diplomazia statale si è arenata.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 16 settembre 2026

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