La battaglia di Algeri, il film che il Pentagono guardò senza impararne la lezione

«Non è forse ancora più vile attaccare villaggi indifesi con bombe al napalm che uccidono migliaia di volte più persone?». È la replica affidata da Gillo Pontecorvo al leader del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) Larbi Ben M’hidi in un celebre scambio con i giornalisti nel film La battaglia di Algeri, vincitore del Leone d’oro a Venezia il 10 settembre 1966 nonostante le pressioni della delegazione francese, che ne ottenne poi il divieto di proiezione in Francia. Lo ricorda Martin Di Caro su Responsible Statecraft, think tank statunitense di orientamento realista, in un articolo che collega il film alla guerra al terrorismo condotta da Washington dopo l’11 settembre.
Girato da Pontecorvo con un cast quasi interamente composto da algerini comuni, tra cui Saadi Yacef, ex capo militare dell’FLN nella capitale, il film ricostruisce la repressione del 1957 condotta dai paracadutisti francesi guidati dal fittizio colonnello Mathieu contro la rete clandestina della Casbah. La Francia vinse tatticamente quella battaglia ma perse la guerra: nel 1962 pose fine a 132 anni di dominio coloniale in Algeria, sconfitta, secondo l’autore, non dalla forza avversaria ma dai metodi impiegati per reprimerla, in primis tortura e ritorsioni sproporzionate.
Secondo quanto riportato dal New York Times e citato nell’articolo, alla fine del 2003, mentre l’Iraq scivolava nel caos, il Pentagono organizzò una proiezione del film per discutere «l’efficacia problematica ma seducente dei mezzi brutali e repressivi nella lotta contro il terrorismo clandestino» in contesti come Algeria e Iraq. Di Caro si chiede se i vertici militari statunitensi abbiano davvero colto la morale della pellicola, ovvero l’impossibilità di imporre la propria volontà a un popolo straniero anche disponendo di una potenza di fuoco schiacciante.
La condotta successiva delle forze statunitensi suggerisce di no. Lo storico John Tirman, citato nel pezzo, descrive perquisizioni casa per casa che violavano sistematicamente norme sociali di privacy e onore, e circa 120.000 iracheni detenuti nell’ambito di queste operazioni. Le fotografie degli abusi ad Abu Ghraib, diffuse nell’aprile 2004, suscitarono indignazione internazionale e rafforzarono l’insurrezione sunnita, mentre il governo iracheno a guida sciita alimentava a sua volta la guerra civile attraverso le squadre della morte del Ministero dell’Interno, come riportato da Peter Bergen in All the Presidents’ Wars.
Solo dopo anni, con il contributo del movimento sunnita Awakening e con l’aumento delle truppe (surge) accompagnato dalla costruzione di muri tra quartieri sunniti e sciiti, la violenza calò in modo significativo. Bergen conclude tuttavia che il surge non risolse le ferite politiche del paese: non si poteva ottenere la pace uccidendo. Lo storico Alistair Horne, autore di A Savage War of Peace, aveva inviato una copia del suo libro all’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld per metterlo in guardia sugli effetti della tortura, senza alcun risultato.
Di Caro conclude che Washington continua a ignorare la lezione del film, citando il sostegno alla condotta israeliana a Gaza e i tentativi di piegare l’Iran con i bombardamenti. Segnala infine che alla Mostra di Venezia di quest’anno documentaristi israeliani, nel solco di Pontecorvo, ricevono ovazioni di 25 minuti nel tentativo di scuotere la coscienza dei propri connazionali.
Il commento di GrNet.it
Un ufficiale che nel 2003 esce dalla sala di proiezione al Pentagono e torna al suo comando in Iraq porta con sé un’immagine, non una dottrina: la lezione di un film non si traduce automaticamente in regole d’ingaggio o in procedure di detenzione. È il nodo che l’articolo lascia aperto: sapere che la tortura ha condannato la Francia in Algeria non impedisce di ripetere schemi simili quando la pressione operativa e politica spinge verso soluzioni rapide. Per le forze armate italiane, che hanno maturato esperienza in teatri di stabilizzazione con un approccio spesso più orientato al consenso della popolazione locale, il caso resta un utile termine di paragone su cosa distingua un’operazione di controinsurrezione sostenibile da una che genera nuova instabilità. Vale la pena ricordare che la distanza tra formazione teorica e condotta sul terreno è proprio il punto su cui si gioca la credibilità di qualunque intervento in contesti asimmetrici.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 15 settembre 2026


