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La presa di Mocha ridisegna la guerra yemenita e la sicurezza del Mar Rosso

Secondo un’analisi di Chatham House, la conquista houthi della città portuale di Mocha, nel sudovest dello Yemen, rappresenta il cambiamento territoriale più rilevante degli ultimi anni nel Paese e ha ricadute che vanno ben oltre i confini yemeniti.

L’offensiva, spiega il think tank londinese, rischia di riaprire un conflitto che non si era mai formalmente concluso ma che dalla tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 2022 aveva conosciuto una violenza molto più contenuta. Le forze governative, prive di una catena di comando unificata nonostante i tentativi sauditi di coordinamento avviati a inizio 2026, si sono ritirate di fronte all’avanzata, che ha beneficiato dell’effetto sorpresa e di anni di preparazione militare. Nel frattempo, secondo il rapporto, gli Houthi hanno sfruttato la relativa calma post-tregua per reclutare personale, potenziare la produzione domestica di armi ed espandere le capacità missilistiche e dei droni, superando in alcuni ambiti le forze governative.

Il nuovo controllo territoriale intorno allo Stretto di Bab al-Mandab, il passaggio che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e infine al Canale di Suez, accresce la capacità del movimento di condizionare il traffico marittimo mondiale. Insieme alle interferenze iraniane nello Stretto di Hormuz, Teheran e i suoi alleati dispongono ora della possibilità di esercitare pressione su due dei principali punti di strozzatura marittima del pianeta.

Gli Houthi hanno inoltre lanciato attacchi contro l’Arabia Saudita, comprese infrastrutture energetiche, con feriti tra i civili secondo fonti citate nell’analisi. Pur affermando di colpire solo naviglio legato a Riad, il gruppo estrae secondo alcune indicazioni pagamenti informali da compagnie di navigazione in cambio di passaggio sicuro, e le sue rivendicazioni di selettività vanno considerate con cautela: una nave che trasporta petrolio saudita può coinvolgere interessi commerciali di più Paesi, Europa e Cina incluse.

L’avanzata riguarda da vicino anche il Corno d’Africa: Gibuti, che ospita basi militari di Stati Uniti, Cina, Francia, Italia e Giappone, dista circa 20 chilometri dall’isola di Perim, ora sotto controllo houthi secondo fonti citate dal rapporto.

Per il presidente statunitense Donald Trump la situazione crea un dilemma, tra il legame con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e l’interesse a non riaprire un fronte diretto con gli Houthi dopo la tregua raggiunta nel maggio 2025. Chatham House sottolinea che a pagare il prezzo più alto restano i civili yemeniti: a Taiz quasi 50.000 persone risultano sfollate dal 3 settembre, mentre a Mocha oltre 240 donne incinte rischierebbero di partorire senza assistenza sanitaria funzionante. Il rapporto conclude invocando un approccio internazionale coerente, capace di superare la logica per compartimenti finora prevalsa tra Consiglio di Cooperazione del Golfo, negoziati con l’Iran e sicurezza marittima.

Il commento di GrNet.it

Basta la vicinanza tra l’isola di Perim, ora in mano houthi, e Gibuti, dove Italia, Stati Uniti, Francia, Cina e Giappone tengono basi a poca distanza l’una dall’altra, per capire che il problema non è più confinato allo Yemen. Un pianificatore militare legge in quei 20 chilometri un salto di scala: capacità missilistiche e droni sempre più sofisticati a ridosso di infrastrutture logistiche che sostengono operazioni multinazionali, incluso il dispositivo italiano nel Corno d’Africa. La lezione, per Roma, è che la sicurezza della rotta di Suez e la stabilità del Mar Rosso non sono più temi separabili dalla presenza militare a Gibuti: un blocco prolungato o un’escalation contro l’Arabia Saudita si tradurrebbe rapidamente in costi assicurativi, deviazioni di rotta e pressione sulle catene di approvvigionamento che toccano direttamente l’interesse nazionale. Vale la pena chiedersi se la cornice attuale, fatta di accordi bilaterali e interventi settoriali, sia ancora adeguata o se anche l’Italia debba spingere per un coordinamento europeo più strutturato su Yemen e Mar Rosso.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 14 settembre 2026

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