Iran, la guerra senza fine di Trump tra sanzioni fallite e strategie improvvisate

Da quattro decenni le sanzioni americane contro Teheran non hanno mai risolto la disputa di fondo con l’Iran, limitandosi a comprimerne l’economia senza piegarne la politica: è il punto di partenza da cui muove l’analisi di Harrison Berger pubblicata da Responsible Statecraft, il portale del Quincy Institute for Responsible Statecraft.
Secondo l’autore, l’amministrazione Trump ha inanellato negli ultimi mesi una serie di tentativi falliti per raggiungere quattro obiettivi dichiarati nei confronti dell’Iran: cambio di regime, smantellamento dei missili balistici a lungo raggio, azzeramento dell’arricchimento nucleare e interruzione del sostegno di Teheran alle milizie regionali. Prima è arrivata l’Operation Economic Outcast, un inasprimento del regime sanzionatorio; poi, di fronte al suo esaurirsi, il ritorno ai raid cinetici, anch’essi privi di risultati concreti.
Di fronte al rischio di una sconfitta autoinflitta, Washington starebbe valutando due opzioni alternative, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. La prima prevede di istituzionalizzare la sequenza intermittente di attacchi già in corso, secondo la logica del cosiddetto “mowing the lawn” (falciare il prato), la stessa impiegata da Israele a Gaza prima della campagna su vasta scala successiva al 7 ottobre 2023. A sostegno di questa linea, il Pentagono ha prolungato i dispiegamenti di truppe in Medio Oriente fino al 2027.
La seconda opzione, che secondo alcune fonti troverebbe il favore dello stesso Trump, consiste nel dichiarare vittoria e ritirarsi. Tra i sostenitori di questa linea figura Joe Kent, ex direttore del National Counterterrorism Center, dimessosi in segno di protesta contro la guerra, che ha chiesto la rimozione di truppe e navi americane dalla regione per “resettare i termini dell’accordo” con Teheran.
Berger ricorda però come la letteratura politologica dubiti da tempo dell’efficacia delle sanzioni nel modificare i comportamenti degli Stati bersaglio, specie quando questi non hanno motivo di credere in una revoca in cambio di condotte diverse. Il ricercatore David Siegel, citato nell’articolo, osserva che gli Stati sanzionati hanno spesso incentivi a non cedere, potendo attribuire le proprie difficoltà economiche a una potenza straniera; e aggiunge che ciò vale oggi più che mai, poiché gli Stati colpiti possono rivolgersi alla Cina.
Un’ulteriore complicazione riguarda le condizioni poste da Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz: la revoca delle sanzioni, che richiederebbe un voto del Congresso, e soprattutto un contenimento di Israele che Washington non ha mai dimostrato di voler imporre. L’accordo del 17 giugno tra Stati Uniti e Iran prevedeva un ritiro israeliano dal Libano mai ottenuto da Washington; da allora Teheran ha esteso le proprie richieste di cessate il fuoco anche a Iraq, Yemen e Palestina.
L’articolo cita infine il giudizio di un amministratore delegato di una compagnia di navigazione danese, secondo cui il conflitto starebbe scivolando verso uno stallo “in stile Ucraina”, destinato a durare mesi o anni. Le conseguenze si riflettono già sui prezzi del diesel, saliti ai massimi storici negli Stati Uniti.
Il commento di GrNet.it
Che cosa succede quando una potenza sanziona senza offrire una via d’uscita credibile? La risposta, secondo l’analisi di Berger, è che il bersaglio non cede e trova sponde alternative, oggi soprattutto Pechino. Per l’Italia, che dipende dallo Stretto di Hormuz per una quota rilevante dei propri approvvigionamenti energetici, lo stallo prefigurato non è un problema geopolitico astratto ma una variabile diretta sui costi industriali e sui prezzi al consumo. La lezione operativa, se l’analisi coglie nel segno, è che né la pressione economica né i raid intermittenti risolvono un conflitto quando manca la volontà politica di affrontarne le cause strutturali, incluso il ruolo di Israele nella catena delle escalation regionali.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 14 settembre 2026




