Pechino punta a guidare la corsa globale all’intelligenza artificiale

«In diversi aspetti chiave, le due superpotenze stanno correndo gare molto diverse»: è la conclusione a cui giunge un’analisi di Chatham House dedicata alla strategia cinese in materia di intelligenza artificiale, pubblicata all’indomani del lancio della World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO) a Shanghai.
Il think tank britannico ricorda che Pechino ha dichiarato le proprie ambizioni fin dal 2017, quando il piano Next Generation Artificial Intelligence Development Plan fissò l’obiettivo di diventare il principale centro mondiale di innovazione nell’intelligenza artificiale entro il 2030. Oggi, sostiene l’analisi, la Cina sta aggiungendo un tassello a quel disegno: non solo sviluppare modelli competitivi, ma proporsi come autrice delle regole che dovranno governare l’uso globale della tecnologia.
Il collegamento tra i due obiettivi, spiega Chatham House, si è manifestato nei giorni precedenti al lancio di WAICO, quando Moonshot AI ha presentato Kimi K3, un modello linguistico di grandi dimensioni (Large Language Model, LLM) da 2.800 miliardi di parametri, in formato open-weight, ovvero scaricabile e modificabile dagli utenti, a differenza dei modelli chiusi di OpenAI, Google e Anthropic. Kimi K3 si colloca al terzo posto nel Vals Index, alle spalle di due modelli Claude, e viene offerto a costi per token nettamente inferiori rispetto ai concorrenti statunitensi.
Tutti i 29 membri fondatori di WAICO appartengono al Sud globale, tra cui Indonesia, Brasile, Malaysia, Sudafrica, Senegal, Russia e Pakistan; secondo un funzionario cinese citato dal think tank, Pechino prevede un’ampia espansione dell’organizzazione, in gran parte tramite ulteriori adesioni da quell’area. Nel discorso di lancio, il presidente Xi Jinping ha promesso sostegno alla formazione dei paesi del Sud globale per colmare il divario digitale e nell’intelligenza artificiale, richiamando i principi del Global AI Governance Action Plan cinese, pubblicato l’anno precedente. Pechino ha annunciato circa 5.000 opportunità di formazione tramite centri di cooperazione legati ad ASEAN, Unione Africana, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e BRICS.
Il modello di governance proposto da Pechino insiste sul controllo umano dell’intelligenza artificiale, respingendo scenari di intelligenza artificiale generale autonoma; nel contesto cinese, osserva Chatham House, questo si traduce nel controllo di organi come la Cyberspace Administration of China.
L’analisi segnala tuttavia due criticità. La prima riguarda le discussioni, riportate dal Financial Times, tra agenzie governative cinesi e società come Alibaba, ByteDance e Zhipu circa possibili restrizioni al download all’estero dei pesi dei modelli, misura che ridurrebbe l’attrattiva globale degli LLM cinesi. La seconda riguarda l’occupazione: circa 320 milioni di persone lavorano nella gig economy cinese senza adeguate tutele, e l’assenza di politiche nazionali contro la disoccupazione indotta dall’automazione potrebbe rivelarsi un punto debole per Pechino.
Sul piano complessivo, il rapporto rileva che Cina e Stati Uniti competono su basi strutturalmente diverse: Pechino punta su modelli open-weight, efficienti ed economici (i modelli Qwen di Alibaba hanno superato il miliardo di download cumulativi secondo il South China Morning Post), mentre Washington resta ancorata a modelli proprietari chiusi, per ragioni di sicurezza e per l’uso militare della tecnologia, sebbene figure come Mark Zuckerberg e aziende come Nvidia, con il modello Nemotron 3.5, comincino a spingere verso l’apertura.
Il commento di GrNet.it
Un miliardo di download cumulativi per i modelli Qwen di Alibaba dice più di molte dichiarazioni ufficiali sulla reale diffusione dell’offerta cinese nei paesi del Sud globale, e per la difesa italiana questo dato pone un problema concreto di supply chain tecnologica, non solo di princìpi. Se le forze armate e le agenzie civili italiane useranno, anche indirettamente tramite partner commerciali, strumenti basati su modelli open-weight cinesi, la questione della sicurezza dei dati e della sovranità digitale non potrà restare confinata al dibattito su WAICO. La distinzione tra modelli aperti economici e modelli chiusi ad alta sicurezza, che l’analisi individua come la vera linea di frattura tra Washington e Pechino, riguarda direttamente le scelte industriali italiane nell’ambito NATO, dove interoperabilità e protezione delle informazioni classificate restano vincoli non negoziabili. Resta aperta, e l’analisi lo lascia sullo sfondo, la domanda su quanto le eventuali restrizioni cinesi ai pesi dei modelli, se confermate, possano ridimensionare in tempi brevi l’attrattiva di questa offerta per i paesi terzi, Italia compresa.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 13 agosto 2026



