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Balcani occidentali, l’allargamento a due velocità che l’UE non può permettersi

Il 30 settembre la Commissione europea presenterà un documento organico sull’allargamento, base di discussione per il Consiglio europeo di ottobre, secondo l’analisi di Milica Delević pubblicata dal European Council on Foreign Relations (ECFR). Il testo dovrebbe confermare che Montenegro e Albania sono vicini a concludere i negoziati di adesione, ma dovrebbe anche indicare percorsi per gli altri paesi della regione privi di questa prospettiva a breve termine.

L’autrice riconosce il merito dei due paesi, che dopo oltre vent’anni di attesa hanno dimostrato impegno riformatore e non presentano nodi bilaterali rilevanti né vicini con cui riconciliarsi. Funzionari della Commissione hanno paragonato il costo annuale dell’ingresso del Montenegro nell’UE, per ogni cittadino europeo, a quello di una tazza di caffè. Ma puntare sui casi meno complessi, avverte l’analisi, non può diventare un modo per eludere la responsabilità centrale dell’Unione nei Balcani occidentali: usare la propria leva per promuovere riforme e risolvere le questioni bilaterali ancora aperte.

Il recente funerale del criminale di guerra serbo-bosniaco condannato Ratko Mladić, alla presenza di alti rappresentanti dello Stato serbo, viene citato come segnale della fragilità del processo di riconciliazione: un evento che ha suscitato reazioni di sconcerto nella regione, nell’UE e tra molti cittadini serbi stessi.

L’articolo ripercorre l’origine dell’approccio regionale adottato dall’UE al termine dei conflitti degli anni Novanta, basato sull’idea che il miglioramento delle relazioni tra i paesi balcanici procedesse insieme al ravvicinamento con Bruxelles. A vent’anni di distanza, solo la Croazia è diventata Stato membro a pieno titolo. La stagnazione, secondo l’autrice, deriva sia dalla scarsa determinazione dei governi regionali sia da blocchi interni all’Unione e da una perdita di urgenza mentre l’UE affrontava altre crisi.

L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha rilanciato l’allargamento come priorità geopolitica, riportando attenzione anche sul processo balcanico dopo la concessione dello status di candidato a Ucraina e Moldova. Montenegro e Albania hanno colto l’opportunità accelerando le riforme. Ma la spinta attuale, osserva Delević, risponde a una logica diversa da quella originaria: mentre l’integrazione di Ucraina e Moldova mira a rafforzare le difese europee contro una minaccia comune, l’allargamento balcanico nasceva per favorire stabilità e riconciliazione tra paesi in guerra tra loro.

Restano irrisolti lo status del Kosovo, la costituzione disfunzionale della Bosnia ed Erzegovina imposta dalla comunità internazionale, e le questioni bilaterali che frenano la Macedonia del Nord. La Commissione, nella comunicazione del 30 settembre, dovrebbe proporre un quadro più ambizioso di integrazione graduale nel mercato interno, per incentivare le riforme e rendere più coerente il principio di condizionalità, spesso subordinato al quadro geopolitico più ampio a scapito di Stato di diritto e standard democratici. L’autrice chiede inoltre di rilanciare il dialogo Serbia-Kosovo, la riforma dello Stato in Bosnia ed Erzegovina e lo sblocco della situazione macedone, riducendo così gli spazi di influenza per Russia e Cina nella regione.

Il commento di GrNet.it

Un funerale a Belgrado con le più alte cariche dello Stato in prima fila davanti alla tomba di un criminale di guerra condannato dal Tribunale internazionale: è un’immagine che vale più di molti comunicati sullo stato della riconciliazione balcanica. Per un osservatore con esperienza di missioni nella regione, da SFOR a KFOR, quel gesto pesa quanto le riforme mancate sulla giustizia e sulla lotta alla corruzione, perché segnala che le élite locali continuano a leggere l’integrazione europea come compatibile con la memoria revisionista del conflitto. L’Italia, che ha investito uomini e credibilità nelle missioni multinazionali nei Balcani occidentali, ha interesse diretto a che l’allargamento non si riduca a una selezione dei casi più comodi, lasciando Kosovo, Bosnia ed Erzegovina e Macedonia del Nord in un limbo che Mosca e Pechino possono sfruttare. Il rischio, non dichiarato esplicitamente dall’analisi ma implicito, è che un’Unione percepita come selettiva nella concessione dei criteri finisca per erodere proprio quella credibilità normativa su cui si fonda la sua presa geopolitica sulla regione.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 11 settembre 2026

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