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La vera minaccia russa non è un’arma ma la capacità di rigenerarsi in combattimento

Ad agosto il comandante della 76ª Divisione d’assalto aereo russa ha riferito a Vladimir Putin che la sua unità conduceva operazioni di combattimento «virtualmente senza interruzioni», mentre i battaglioni impegnati nel ripristino della prontezza operativa continuavano l’addestramento. È da questo episodio, definito propaganda del Cremlino da non prendere alla lettera ma comunque rivelatore, che parte l’analisi pubblicata da Roger N. McDermott per il Royal United Services Institute (RUSI).

La formulazione usata dal comandante colpisce perché descrive il ripristino delle capacità non come qualcosa che avviene dopo la fine dei combattimenti, ma come un processo condotto mentre la formazione più ampia resta impegnata sul campo. Secondo McDermott, l’Occidente è diventato molto più capace di monitorare l’adattamento e l’apprendimento militare russo, ma resta poco esaminato il problema operativo che intercorre tra la distruzione di un nodo critico e la sua ricostituzione di lungo periodo: quanto velocemente la Russia riesce a recuperare una funzione militare sufficiente a riprendere azioni finalizzate.

L’articolo richiama un concetto elaborato già nel 2010 dal generale maggiore Vasiliy Burenok, allora direttore del 46° Istituto centrale di ricerca del Ministero della Difesa russo, che aveva individuato nella vosstanavlivaemost (recuperabilità) una caratteristica necessaria per una forza in rete futura. Nel 2025, secondo McDermott, Gennady Vdovenko dell’Accademia Militare dello Stato Maggiore e G. B. Ryzhov hanno proposto un concetto più ampio, quello della «stabilità di combattimento» del sistema di comando di un raggruppamento di forze, definendo il problema in termini funzionali: il sistema deve preservare le proprie funzioni di comando o ripristinarle rapidamente sotto attacco nemico.

Il testo introduce il concetto di «tempo di ripristino»: l’intervallo necessario a un sistema militare danneggiato per recuperare funzionalità sufficiente a un’azione finalizzata. La parola chiave, sottolinea McDermott, è «sufficiente»: la Russia non deve ricreare il sistema distrutto dalla NATO né riportarlo alla sua efficienza originaria, le basta disporre di comando, informazione, fuoco e sostentamento in misura tale da proseguire la missione, anche in forma degradata.

Ne deriva, secondo l’autore, che una forza capace di calare bruscamente in efficacia ma di ripristinare rapidamente versioni rudimentali delle funzioni essenziali può rappresentare un problema operativo più complesso di una forza sofisticata che collassa quando la sua architettura preferita viene interrotta. McDermott cita anche il colonnello generale Vasiliy Trushin, presidente del Comitato Militare-Scientifico delle Forze Armate russe, che nel 2025 ha descritto l’esperienza di combattimento ucraina in termini coerenti con questo problema, evidenziando metodi per preservare la capacità di combattimento sotto fuoco intenso.

Per la NATO, conclude l’analisi, la distinzione rilevante è tra attacco riuscito ed effetto persistente: se una funzione russa viene disabilitata per 48 ore, ciò che conta non è solo cosa è stato distrutto, ma cosa l’Alleanza ottiene in quell’intervallo e cosa la Russia riesce a ricostituire prima che l’effetto sia sfruttato appieno. L’esercitazione strategica Tsentr-2026, prevista tra settembre e ottobre e che secondo funzionari russi incorporerà l’esperienza ucraina, viene indicata come banco di prova per osservare come Mosca provi continuità, ripristino e riconfigurazione dopo una perturbazione.

Il commento di GrNet.it

Quarantotto ore: è l’intervallo che McDermott indica come unità di misura della sfida, il tempo entro cui un attacco NATO contro un comando o un sistema di puntamento russo deve produrre un effetto che resti tale, non solo la conferma di aver colpito il bersaglio. L’implicazione per la pianificazione operativa italiana ed europea è diretta: la battle damage assessment tradizionale, concentrata sulla conferma fisica del colpo, rischia di misurare il successo sbagliato se non integra la persistenza funzionale del danno. Un esercito che degrada senza smettere di funzionare, sostituendo comando e sensori con soluzioni improvvisate ma sufficienti, obbliga chi attacca a scoprire e colpire un bersaglio che cambia forma dopo ogni colpo, con un costo economico crescente per chi dispone di armi di precisione scarse e costose. Vale la pena chiedersi se le esercitazioni NATO, incluse quelle a cui l’Italia partecipa, stiano già simulando avversari capaci di questa rigenerazione asimmetrica o continuino a testare scenari in cui la forza opposta collassa oltre soglie di perdita predeterminate.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 6 settembre 2026

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