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I tedeschi sono più falchi dei loro governi sulla Cina

Un cantiere automobilistico tedesco, un operaio che controlla i componenti sotto un telaio grigio in catena di montaggio: è l’immagine scelta per raccontare un settore industriale sotto pressione, quello dell’automotive tedesco, schiacciato dalla concorrenza cinese sui mercati interni ed esteri. Da questa cornice muove l’analisi del think tank European Council on Foreign Relations, ECFR, firmata da Nele Anders e Nina Schmelzer, che incrocia i dati di un proprio sondaggio con l’immobilismo politico di Berlino sul dossier cinese.

Da tempo la riluttanza dei decisori tedeschi ha impedito a Berlino di adottare un approccio economico più severo verso la Cina. Quando Francia, Italia, Lituania, Paesi Bassi e Spagna hanno recentemente sollecitato la Commissione europea a introdurre misure più dure e un’azione di difesa commerciale più rapida contro Pechino, la Germania non solo si è tirata indietro, ma ha persino chiesto legami industriali più stretti con la Cina.

Eppure, secondo i dati raccolti da ECFR su quindici paesi europei, l’opinione pubblica tedesca è la più scettica verso la Cina di tutto il continente. Il 60% degli elettori di Cristiano Democratici e Socialdemocratici considera Pechino un avversario o un rivale. In Italia questa percentuale scende al 44% (il 56% vede la Cina come partner necessario o alleato), in Spagna al 35% (65% partner o alleato). I francesi risultano il pubblico più vicino a quello tedesco per scetticismo, un dato che gli autori collegano alla postura sempre più dura del presidente Emmanuel Macron verso Pechino.

Il cosiddetto China shock ha colpito la Germania con particolare intensità: il settore manifatturiero ha perso circa 420.000 posti di lavoro tra il 2019 e il 2025 e continua a bruciarne 10.000 al mese. L’industria automobilistica paga il prezzo più alto, spinta fuori da un mercato sempre più dominato dai produttori cinesi, sia in patria sia all’estero.

Il clima nel Consiglio europeo sta cambiando, con l’assenso tedesco. Al vertice del giugno 2026 i leader UE hanno sostenuto un rafforzamento degli strumenti di difesa commerciale già esistenti, comprese le clausole “Buy European” dell’Industrial Accelerator Act e limiti alle tecnologie cinesi ad alto rischio. Berlino, pur senza guidare la carica, non ostacola più questa direzione, secondo il rapporto.

Gli autori segnalano un margine politico non ancora sfruttato: la combinazione di scetticismo pubblico crescente, pressione sull’industria tedesca e domanda di una politica europea più assertiva costituisce un mandato che i decisori di Berlino potrebbero cogliere. Anche sul fronte della transizione energetica i consensi vanno in questa direzione: il 57% dei tedeschi sostiene investimenti che comportino una maggiore elettrificazione dell’economia, contro una media del 61% nell’insieme dei paesi sondati da ECFR.

Per il think tank, muoversi ora conviene più che rinviare: la politica economica cinese sta già producendo danni difficilmente reversibili all’industria europea, mentre i governi che sapranno unire elettrificazione e riduzione della dipendenza dalla Cina in un’unica strategia raccoglieranno più facilmente consenso elettorale. Chi non lo farà, avvertono le autrici, rischia di pagarne il prezzo alle urne.

Il commento di GrNet.it

L’analisi ECFR non affronta un punto che pesa quanto il divario tra opinione pubblica e governo: la Germania resta il principale hub industriale integrato con le catene di fornitura cinesi in Europa, e un’inversione di rotta a Berlino avrebbe conseguenze dirette sui fornitori italiani inseriti in quelle stesse filiere, dall’automotive alla componentistica elettrica. Il dato che l’Italia risulti tra i paesi meno scettici verso Pechino, con il 56% che la considera partner o alleato, non è un dettaglio residuale: segnala una lettura del rischio strategico diversa da quella tedesca o francese, forse per minore esposizione diretta al China shock occupazionale, forse per calcolo industriale di breve termine. Per Roma la domanda non è se seguire un’eventuale svolta assertiva europea, ma con quale margine di manovra, dato che le dipendenze italiane su terre rare, pannelli solari e batterie non sono meno strutturali di quelle tedesche, solo meno percepite come tali dall’opinione pubblica. Vale la pena osservare se questo scarto di sensibilità reggerà quando la difesa commerciale europea passerà dalle dichiarazioni di vertice a misure concrete con effetti settoriali diretti.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 6 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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