La US Navy naviga oltre i propri limiti pianificati

«Non è un caso isolato, né un record»: così Sidharth Kaushal e Kevin Rowlands, ricercatori del RUSI (Royal United Services Institute), descrivono la lunghezza crescente delle missioni delle portaerei statunitensi. La USS Abraham Lincoln è rimasta schierata per oltre 270 giorni, quasi nove mesi, in gran parte nell’area del Comando Centrale statunitense, a fronte di uno standard previsto di circa sette mesi (210 giorni). Non è nemmeno il primato assoluto: la USS Gerald R. Ford ha completato quest’anno una missione di 326 giorni.
Secondo gli autori, il dato non è episodico: su undici dispiegamenti di portaerei dal 2023, otto hanno superato gli otto mesi e cinque hanno raggiunto o superato i nove. La US Navy dispone sulla carta di 11 portaerei, presto ridotte a dieci con il ritiro della USS Nimitz, ma mantenerne anche solo una in area richiede uno sforzo notevole.
Il modello di pianificazione della forza, l’Optimized Fleet Response Plan, prevede un ciclo triennale per ogni unità basato su missioni di sette mesi, alternate a manutenzione, addestramento e riposo. Quando una missione si allunga a nove, dieci o undici mesi, aumentano anche i tempi di manutenzione successiva, con effetti a cascata sulla disponibilità dei cantieri per le altre navi. Gli autori paragonano la situazione a un’automobile a cui si rimandano i tagliandi: prima o poi il conto arriva, e per unità come la Lincoln, in servizio da 44 anni, o la Nimitz e la Eisenhower, rispettivamente di 51 e 48 anni, il rischio è elevato.
Il problema si estende alle unità di scorta: la US Navy ha iniziato a ruotare i cacciatorpediniere all’interno dei gruppi da battaglia a missione in corso, una soluzione che allevia il carico ma penalizza integrazione ed efficacia tattica di formazione. Gli autori citano inoltre il caso della USS Benfold, rimasta quattro giorni alla deriva senza alimentazione mentre faceva parte del gruppo imbarcato sulla Washington, non della logora Lincoln in rientro.
Anche la flotta anfibia mostra segnali simili, con qualche anno di ritardo. L’obiettivo di mantenere sempre tre gruppi da sbarco pronti, uno nell’Atlantico, uno nel Pacifico e uno avanzato in Giappone, si scontra con un tasso di prontezza operativa pari a circa la metà del previsto, e un ciclo teorico di 36 mesi che nella pratica si avvicina ai 44.
Gli autori richiamano il concetto di Dynamic Force Employment, introdotto nella National Defense Strategy statunitense del 2018 per sostituire rotazioni prevedibili con un impiego più flessibile delle forze pronte, riducendo l’aspettativa di presenza continua in teatri specifici. Le missioni più recenti, tuttavia, si sono allungate anziché accorciate, anche in periodi in cui Washington non era parte belligerante diretta in una crisi regionale.
Tra le conseguenze indicate nell’analisi vi è la contrazione della presenza navale nell’Indo-Pacifico ogni volta che una crisi in Medio Oriente attrae risorse, la possibilità che un avversario come la Cina sfrutti l’erosione della prontezza statunitense generata da impegni altrove, e il rischio per la capacità di trattenere in servizio piloti e marinai specializzati, nonostante la revisione sulla retention disposta dal segretario alla Difesa Pete Hegseth.
Il commento di GrNet.it
Il concetto di Dynamic Force Employment richiama, per ambizione, la vecchia logica della flessibilità di risposta pensata per superare i vincoli della guerra fredda: sostituire la presenza fissa con la prontezza mobile. L’analisi RUSI mostra però che la dottrina si scontra con la politica reale, perché ogni crisi finisce per generare esattamente la presenza persistente che si voleva evitare. Per la Marina Militare italiana, che opera con risorse infinitamente minori ma condivide con Washington la stessa logica di deterrenza tramite presenza, il caso americano è un monito sulla differenza tra pianificazione dichiarata e impiego effettivo delle unità. Se la flotta più potente al mondo fatica a rispettare i propri cicli di manutenzione e addestramento, la domanda che si pone per le marine europee riguarda la sostenibilità di missioni prolungate quando la disponibilità di piattaforme è già strutturalmente limitata.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 25 agosto 2026




