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Iraq, il disarmo delle milizie filo-iraniane resta ostaggio del braccio di ferro Usa-Iran

Secondo un’analisi di Elfadil Ibrahim pubblicata da Responsible Statecraft, il tentativo del governo iracheno di disarmare le milizie legate all’Iran entro il 30 settembre si scontra con interessi che superano ampiamente la capacità di Baghdad di imporli. La data coincide non a caso con il ritiro previsto delle forze statunitensi dalle ultime basi in Iraq, e il destino delle armi delle fazioni sciite resta appeso a decisioni che si prendono a Washington e a Teheran, non nella capitale irachena.

L’articolo ricostruisce la visita non annunciata del 10 agosto di Esmail Qaani, comandante della Forza Quds del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniana, che avrebbe spinto i comandanti miliziani a non consegnare le armi al governo. Il primo ministro Ali al-Zaidi, più allineato a Washington che a Teheran, non lo ha ricevuto: una fonte vicina al premier ha riferito che «vuole una relazione politica, non militare».

Parallelamente, secondo quanto riportato da Asharq al-Awsat e citato nell’analisi, l’inviato speciale statunitense per Iraq e Siria, Tom Barrack, starebbe bloccando la nomina di nove ministri, tra cui Difesa e Interni, e le sue riserve si estenderebbero alla coalizione dell’ex premier Nouri al-Maliki, già bersaglio di un avvertimento pubblico del presidente Trump a gennaio.

Al-Zaidi ha chiesto al parlamento di redigere una legge che ponga tutte le armi sotto il controllo esclusivo dello Stato, con il rischio di accuse di terrorismo per chi non si adegua entro la scadenza. La misura mirerebbe a colmare il vuoto legale che dal 2016 permette alle Popular Mobilization Forces di restare formalmente parte dell’apparato di sicurezza pur senza rispondere a nessuno. Resta però aperta la domanda se un parlamento dominato dalle stesse fazioni possa approvarla.

Sul piano economico, l’articolo segnala che lo Stretto di Hormuz resta in gran parte chiuso e che le entrate petrolifere, circa il 90 per cento del bilancio statale, si sono ridotte di due terzi dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, avviato il 28 febbraio. Per continuare a esportare, l’Iraq venderebbe greggio con uno sconto fino a 30 dollari al barile alla compagnia emiratina ADNOC, che aggirerebbe i controlli iraniani disattivando i transponder.

Sul terreno, solo due fazioni minori, Asaib Ahl al-Haq e Kataib Imam Ali, hanno annunciato la rottura con le Popular Mobilization Forces, ma secondo il ricercatore Mohammed A. Salih citato nell’analisi le cerimonie di consegna riguarderebbero soprattutto armamento obsoleto, senza alcun meccanismo indipendente di verifica per droni e missili. Tre fazioni più potenti, Kataib Hezbollah, Harakat al-Nujaba e Kataib Sayyid al-Shuhada, avrebbero invece escluso qualsiasi disarmo. L’articolo ricorda infine i raid congiunti saudito-statunitensi di fine luglio contro siti delle Popular Mobilization Forces, che avrebbero causato circa 20 morti tra combattenti e consiglieri iraniani, e il monito di esponenti delle Badr Organization secondo cui un disarmo forzato rischierebbe di innescare una guerra civile.

Il commento di GrNet.it

L’analisi non affronta abbastanza un dato che pesa più delle dichiarazioni di intenti: le cerimonie di consegna delle armi hanno riguardato finora materiale obsoleto, mentre droni e missili restano senza alcun meccanismo di verifica indipendente. È la differenza, ben nota a chi si occupa di disarmo post-bellico, tra un atto politico simbolico e un reale trasferimento di capacità operative, e la distinzione conta perché definisce se Baghdad stia davvero riprendendo il monopolio della forza o solo mettendo in scena un copione concordato con Teheran. Per l’Italia, che nel Golfo e nel Levante mantiene interessi energetici ed è presente in missioni di addestramento nella regione, la lezione riguarda la cautela nel leggere gli annunci di disarmo come indicatori affidabili di stabilizzazione. Il rischio di guerra civile paventato dalla Badr Organization, per quanto forse strumentale, segnala comunque quanto sia sottile il margine tra pressione internazionale e collasso degli equilibri interni.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 20 agosto 2026

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