Il Patto della Mecca può diventare un’opportunità per Teheran

Dagli attacchi di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 il Medio Oriente non ha smesso di riorganizzare i propri equilibri, e il Patto della Mecca rappresenta, secondo un’analisi di Qamar Cheema pubblicata da Responsible Statecraft, uno degli sviluppi più rilevanti di questo processo. L’intesa, di natura difensiva, istituisce un impegno di mutua difesa tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia e potrebbe incidere in profondità sugli equilibri regionali, a seconda di come i firmatari definiranno le minacce da fronteggiare e di come reagiranno gli altri attori, in primis Iran e Israele.
L’autore sostiene che, pur emergendo nel contesto del confronto in corso tra Stati Uniti e Iran, il patto non debba essere letto come una coalizione anti-iraniana. Il ministro degli Esteri turco ha indicato che i preparativi erano in corso da oltre due anni; l’accordo strategico di mutua difesa tra Riyadh e Islamabad era stato finalizzato entro poche settimane dall’attacco israeliano al Qatar dello scorso anno, mentre l’Egitto avrebbe proposto una struttura difensiva regionale di tipo NATO. Questi elementi, secondo Cheema, indicano che Teheran non è il bersaglio dell’iniziativa.
Un portavoce del ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato la scorsa settimana che qualsiasi piano fondato sulle realtà geopolitiche e storiche della regione, comprensivo e inclusivo, e capace di identificare correttamente il nemico e la minaccia, ha la possibilità di rafforzare la sicurezza e prevenire instabilità e abusi da parte del nemico sionista e dei suoi alleati. Teheran, nota l’autore, ha già espresso in passato apertura a entrare nell’accordo strategico tra Riyadh e Islamabad, e la presenza di Ankara — che quest’anno ha contribuito a scongiurare un’incursione curda sostenuta da Israele contro l’Iran — non dovrebbe scoraggiarla ulteriormente.
L’analisi individua nel fattore israeliano una variabile centrale. Dalla caduta del regime di Assad in Siria, alcuni ex funzionari israeliani hanno definito la Turchia un “nuovo Iran”, e la rivalità strategica regionale potrebbe progressivamente spostarsi da un confronto Israele-Iran a una competizione più articolata tra Israele e Turchia. Gli interessi turchi in Siria, le incursioni israeliane nel territorio siriano e le zone di sicurezza mantenute da Tel Aviv in diversi paesi vicini, compreso il Libano, potrebbero generare col tempo una maggiore coordinazione tra gli stati che si sentono limitati dal potere israeliano.
Secondo Cheema, l’Iran ha da guadagnare da questa dinamica: se un nuovo assetto regionale limitasse la libertà d’azione di Israele, Teheran otterrebbe margini strategici senza doversi confrontare direttamente con lo stato ebraico. L’eventuale allargamento del patto all’Egitto, ipotizzato dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, potrebbe indurre Israele a percepire l’alleanza come uno strumento di contenimento strategico, spingendolo a cercare nuove partnership regionali, ad esempio con il Somaliland e con l’India.
Un punto di frizione più immediato riguarda gli attacchi Houthi contro l’Arabia Saudita, che potrebbero mettere Teheran in tensione diretta con i firmatari del patto. L’autore osserva però che né Pakistan né Turchia hanno interesse a testare la clausola di mutua difesa, e che entrambi i paesi hanno già mostrato preferenza per la gestione diplomatica delle crisi regionali, contribuendo a evitare che Riyadh entrasse direttamente nel conflitto tra Stati Uniti e Iran. Per questo, conclude Cheema, la moderazione strategica potrebbe rappresentare l’opzione migliore per Teheran, che avrebbe più ragioni per accogliere il Patto della Mecca che per temerlo.
Il commento di GrNet.it
L’argomento centrale dell’analisi regge su un presupposto tutto da verificare: che Riyadh, Islamabad e Ankara riescano a mantenere per anni un’ambiguità strategica che finora ha retto solo per mesi. La storia delle alleanze difensive mediorientali, dal Patto di Baghdad in poi, mostra quanto sia difficile tenere insieme membri con priorità di sicurezza divergenti senza che l’uno o l’altro finisca per trascinare il blocco verso il proprio nemico designato. Per un osservatore con formazione militare, il vero banco di prova non è la dichiarazione d’intenti ma la soglia operativa: cosa succede davvero se gli Houthi colpiscono un impianto saudita e Riyadh invoca la clausola di mutua difesa. L’autore stesso ammette che un simile scenario rischierebbe di rivelare i limiti politici dell’alleanza più che la sua forza; è un’ipotesi che meriterebbe più spazio di quanto l’ottimismo generale del pezzo le conceda.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 19 agosto 2026




