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Il Pentagono ammette per la prima volta vittime civili in Yemen nel 2025

Secondo un’analisi di Responsible Statecraft basata sul rapporto annuale sulle vittime civili che il Pentagono ha inviato al Congresso martedì, il Dipartimento della Difesa statunitense ha ammesso per la prima volta che le proprie operazioni militari in Yemen hanno causato morti tra la popolazione civile lo scorso anno.

Il documento, redatto dal Comando centrale statunitense (CENTCOM), riconosce che tre operazioni condotte in Yemen nel 2025 hanno «più probabilmente che no» provocato danni ai civili. Nel quadro dell’Operation Rough Rider, la campagna contro obiettivi Houthi in territorio yemenita, il Pentagono stima 153 civili uccisi e 243 feriti.

Gli Stati Uniti non avevano inizialmente riconosciuto che quelle operazioni, condotte con l’obiettivo dichiarato di fermare gli attacchi Houthi contro le navi nel Mar Rosso, avessero causato vittime civili. Gli attacchi hanno colpito un porto, un edificio residenziale e un centro di detenzione per migranti a Saada, dove la presenza di civili era plausibile. All’epoca dei fatti, le forze statunitensi avevano limitato le informazioni divulgate sugli attacchi, citando esigenze di sicurezza operativa.

Il rapporto riconosce inoltre vittime civili risalenti al 2018, tra cui otto morti e quattordici feriti in Iraq e un morto in Somalia. Restano in sospeso quindici valutazioni relative allo Yemen per il 2025 e tre per la Somalia.

Le cifre del Pentagono risultano comunque inferiori alle stime indipendenti: lo Yemen Data Project ha calcolato almeno 238 civili uccisi e 467 feriti nella sola Operation Rough Rider. Il rapporto sostiene invece che nessun civile sia stato ucciso nei ripetuti attacchi contro imbarcazioni nei Caraibi negli ultimi undici mesi.

Annie Shiel, direttrice per l’advocacy statunitense del Center for Civilians in Conflict (CIVIC), ha definito questi episodi «esecuzioni extragiudiziali, o omicidi, semplicemente»: secondo i dati stessi del Pentagono, gli Stati Uniti avrebbero ucciso oltre cento civili solo nei raid contro le imbarcazioni nel 2025, persone semplicemente accusate di un reato al di fuori di un contesto di conflitto armato. Shiel ha chiesto al Congresso di interrompere il finanziamento di queste operazioni e di esigere responsabilità per le vittime.

Il rapporto relativo al 2025 non include dati sulle vittime civili della guerra contro l’Iran, iniziata alla fine di febbraio di quest’anno. Gli osservatori restano scettici sul fatto che il prossimo rapporto le riconoscerà adeguatamente. Emily Tripp, direttrice esecutiva di Airwars, organizzazione che monitora i danni civili nei conflitti, ha dichiarato al Washington Post che gli Stati Uniti hanno colpito 13.000 obiettivi in Iran in 40 giorni, dieci volte più che nella campagna yemenita.

La Human Rights Activists News Agency (HRANA), gruppo di monitoraggio statunitense, stima almeno 1.700 civili iraniani uccisi dall’inizio del conflitto, incluso un attacco statunitense contro una scuola femminile a Minab che ha ucciso oltre cento bambine. Un funzionario del Pentagono ha definito il rapporto di quest’anno, in un colloquio con The Intercept, «una barzelletta».

Il commento di GrNet.it

Il divario tra le 153 vittime civili riconosciute dal Pentagono nell’Operation Rough Rider e le 238 stimate dallo Yemen Data Project non è un dettaglio contabile, ma la misura di quanto la valutazione dei danni collaterali resti un processo autoreferenziale, condotto da chi ha condotto l’attacco. Per un osservatore con esperienza di pianificazione operativa, il vero segnale d’allarme è un altro: il rapporto 2025 non contiene alcun dato sulla campagna in Iran, dove in 40 giorni sono stati colpiti 13.000 obiettivi, dieci volte il volume dello Yemen. Se la trasparenza si riduce proprio quando l’intensità delle operazioni aumenta, il meccanismo di rendicontazione perde la sua funzione minima di controllo. Per le forze armate europee che partecipano a coalizioni a guida statunitense, il caso yemenita ricorda quanto sia delicato allineare le proprie regole d’ingaggio e i propri standard di verifica del danno collaterale a quelli di un alleato che, per sua stessa ammissione interna, considera il proprio sistema di rendicontazione inadeguato.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 12 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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