Egitto ed Etiopia si contendono il Corno d’Africa, Washington rischia di restare invischiata

«Penso che Washington creda di poter avere la botte piena e la moglie ubriaca», ha dichiarato Cameron Hudson, ex funzionario di CIA, Dipartimento di Stato e National Security Council, in un’analisi pubblicata da Responsible Statecraft, testata legata al Quincy Institute. Secondo Hudson, l’amministrazione statunitense punta a perseguire i propri obiettivi in materia di antiterrorismo, minerali critici, sicurezza marittima e diplomazia commerciale, gestendo però per omissione una competizione regionale sempre più instabile.
Il 19 luglio l’inviato per l’Africa Massad Boulos ha condotto una serie di colloqui al Cairo con i ministri degli Esteri di Egitto, Eritrea e Somalia, ufficialmente per rafforzare la sicurezza nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso. Nello stesso periodo Il Cairo e Asmara hanno ribadito separatamente che la gestione del Mar Rosso deve restare prerogativa esclusiva degli Stati rivieraschi, un messaggio implicito rivolto all’Etiopia, paese senza sbocco sul mare con 140 milioni di abitanti e ambizioni marittime crescenti. Il 4 agosto Boulos ha respinto le voci su una presunta alleanza anti-etiope orchestrata da Washington, mentre pochi giorni dopo gli Stati Uniti hanno annunciato l’interesse verso un coinvolgimento più ampio di aziende americane nel progetto aeroportuale da 12,5 miliardi di dollari di Ethiopian Airlines vicino ad Addis Abeba.
Al centro della disputa resta la Grande Diga della Rinascita Etiope (GERD), inaugurata nel settembre 2025 dopo anni di proteste egiziane, oggi la più grande opera idroelettrica del continente. La questione aperta riguarda ora la gestione dei rilasci d’acqua verso Sudan ed Egitto durante i periodi di siccità e la loro eventuale natura vincolante. A gennaio Trump ha offerto una mediazione tra Il Cairo e Addis Abeba, ma David Shinn, ex ambasciatore statunitense in Etiopia, ricorda che durante il primo mandato Trump sospese parte degli aiuti a Addis Abeba dopo il rifiuto etiope di firmare un accordo mediato dagli Stati Uniti, arrivando a ipotizzare che l’Egitto potesse «far saltare in aria» la diga.
La disputa si è estesa al Mar Rosso dopo l’accordo del gennaio 2024 tra Etiopia e autorità del Somaliland, che prevedeva una concessione cinquantennale su un tratto di costa in cambio del futuro riconoscimento dell’indipendenza somalilandese. L’Egitto ha reagito offrendo armi e truppe alla Somalia, mentre la mediazione turca di fine 2024 ha ricomposto i rapporti tra Mogadiscio e Addis Abeba, di fatto accantonando l’intesa. Il premier etiope Abiy Ahmed ha inoltre alimentato le tensioni con l’Eritrea rivendicando un accesso al porto di Assab, considerato storicamente etiope prima della secessione eritrea del 1993.
Egitto ed Eritrea hanno firmato a maggio un accordo sul trasporto marittimo, mentre l’Etiopia ha accusato Il Cairo di tentare di «accerchiare e ostacolare» i propri sforzi di accesso al mare. Washington, nel frattempo, ha avviato un riavvicinamento con Asmara includendo la prospettiva di alleggerimento delle sanzioni, ha incontrato il ministro degli Esteri etiope Gedion Timothewos e ha deciso di ritirare entro l’anno il sostegno logistico ONU alla missione dell’Unione Africana in Somalia, elemento che finora ha favorito la cooperazione tra Egitto ed Etiopia su quel fronte.
Shinn suggerisce che Washington potrebbe incoraggiare un negoziato diretto tra Etiopia ed Eritrea su un accesso al mare garantito, con incentivi per Asmara, mentre il rapporto propone un sostegno a un’intesa commerciale sotto sovranità somala che prosegua la mediazione turca.
Il commento di GrNet.it
Un tavolo a tre gambe, Il Cairo, Asmara e Addis Abeba, ciascuna che tira nella propria direzione mentre Washington cerca di sedersi su tutte insieme: è la fotografia che restituisce l’analisi. Il punto debole della postura statunitense sta proprio nella simultaneità delle aperture, verso l’Eritrea in chiave di contenimento e verso l’Etiopia in chiave commerciale, che invece di rassicurare finisce per alimentare il sospetto reciproco. Per un osservatore mediterraneo il dato interessante è che la disputa sul Nilo e quella sul Mar Rosso, nate su piani diversi, si sono ormai saldate in un’unica competizione per l’influenza regionale, con la missione AMISOM/ATMIS in Somalia che rischia di perdere la sua funzione di piattaforma di cooperazione. Se la rotta del Mar Rosso dovesse deteriorarsi ulteriormente, le conseguenze si sentirebbero anche sulle rotte commerciali che interessano i porti italiani, benché l’analisi non affronti direttamente questo aspetto. Resta da capire se Washington intenda davvero costruire una cornice negoziale unica, come suggerito da Shinn, o se continuerà a gestire ogni dossier in modo separato, con il rischio di trovarsi stretta tra alleati che non si fidano più l’uno dell’altro.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 12 agosto 2026



