Il riciclo delle batterie e la partita africana dell’Europa sui minerali critici

«Il riciclo non è più soltanto un obbligo ambientale. È diventato un imperativo geoeconomico legato direttamente alla sicurezza energetica e alla competitività industriale europea»: così l’analisi firmata da Sarah Logan per lo European Council on Foreign Relations (ECFR) inquadra il tema del recupero dei materiali critici dalle batterie esauste.
Il regolamento europeo sulle materie prime critiche (Critical Raw Materials Act) fissa l’obiettivo di coprire almeno il 25% del consumo annuo di materie prime strategiche attraverso il riciclo entro il 2030. I dati raccolti dalla Corte dei conti europea, però, mostrano un ritardo marcato: sette dei ventisei minerali legati alla transizione energetica hanno tassi di riciclo compresi tra l’1% e il 5% nella Ue, mentre altri dieci — tra cui litio, gallio e silicio metallico — non vengono riciclati affatto. Nel caso della grafite naturale contenuta nelle batterie, l’Europa recupera solo tre tonnellate ogni cento.
L’analisi individua nella cosiddetta “black mass”, il materiale triturato ricavato dalle batterie a fine vita, la risorsa chiave per invertire la tendenza. Nel marzo 2025 la Ue ha riclassificato la black mass e le batterie esauste a base di litio, nichel e zinco come rifiuti pericolosi, vietandone l’esportazione verso paesi non OCSE. La misura, tuttavia, ha reso più complessa anche la movimentazione interna del materiale, ostacolando l’aggregazione delle forniture necessarie agli impianti di raffinazione europei. Attualmente l’Europa esporta circa l’80% della propria black mass, soprattutto verso l’Asia, mentre la sua capacità di raffinazione idrometallurgica resta inferiore alle 3.000 tonnellate, contro una domanda stimata di 120.000-135.000 tonnellate annue necessarie entro il 2030. La Cina, nel frattempo, mantiene una quota superiore all’80% della capacità globale di riciclo delle batterie, sia nella fase di triturazione sia in quella di recupero dei materiali.
Per colmare il divario, il rapporto propone tre linee d’azione: restrizioni più severe alle esportazioni di black mass, sul modello adottato dagli Stati Uniti nel luglio 2026; un rafforzamento significativo della capacità di raffinazione europea; e meccanismi di finanziamento pubblico che rendano economicamente sostenibile il riciclo, penalizzato da costi di manodopera, energia e conformità ambientale più alti che in Cina — fino al 70% in più per le batterie NMC prodotte in Francia.
Un capitolo specifico è dedicato alla cooperazione con l’Africa. Namibia e Kenya vengono indicati come partner ideali grazie a corridoi di trasporto, infrastrutture portuali e risorse rinnovabili che potrebbero alimentare impianti di recupero dei materiali a costi inferiori rispetto al territorio europeo. La crescita prevista della capacità di stoccaggio stazionario nell’Africa subsahariana — da 11 GWh a 83 GWh entro il 2030, fino a 190 GWh in caso di accesso universale all’elettricità — genererà volumi crescenti di rifiuti elettronici da gestire. Per Logan, collegare le filiere africane a quelle europee attraverso accordi di riciclo produrrebbe benefici reciproci: occupazione e capacità industriale per i paesi africani, diversificazione delle forniture e minore dipendenza dalla Cina per l’Unione europea.
Il commento di GrNet.it
Meno di 3.000 tonnellate di capacità di raffinazione idrometallurgica contro una domanda stimata di oltre 120.000 tonnellate entro il 2030: è uno scarto che dice più di ogni proclama sulla sovranità industriale europea. La dipendenza dal riciclo cinese per l’80% della black mass esportata configura una vulnerabilità paragonabile, per logica se non per intensità, a quella energetica pre-2022 verso il gas russo, con la differenza che qui manca ancora un evento shock a imporre l’urgenza politica. Per l’Italia, priva di impianti di raffinazione su scala rilevante e con una filiera automobilistica in transizione elettrica incompleta, la partita si gioca sulla capacità di agganciare per tempo accordi bilaterali con paesi come Namibia e Kenya, prima che altri Stati membri più attrezzati occupino gli spazi disponibili. Resta aperta la questione se il finanziamento pubblico evocato dall’analisi possa arrivare in tempo utile, dato che i cicli di investimento industriale nel riciclo dei metalli richiedono anni, non mesi.
Fonte: ECFR · Pubblicato il 10 agosto 2026




