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Eolico offshore nel Mare del Nord: chi comanda quando qualcosa va storto

Dal 1536, quando furono istituiti i Vice-Admiralties of the Coast per sostituire i medievali Wardens of the Coast, il Regno Unito non ha più avuto una figura permanente con autorità marittima regionale sulle proprie acque territoriali. È a questo precedente storico che rimanda il commento di Alexander Westley, comandante della Royal Navy, pubblicato dal Royal United Services Institute (RUSI), per inquadrare un problema che oggi si ripresenta in forma nuova: chi ha il comando quando accade qualcosa a un parco eolico offshore a 40 miglia nautiche dalla costa.

Il Regno Unito dispone oggi di oltre 16 GW di capacità eolica offshore installata, entro un obiettivo di 50 GW per il 2030. Al North Sea Summit di Amburgo del 26 gennaio 2026, nove governi, tra cui Regno Unito e Francia, hanno confermato il traguardo di 300 GW di eolico offshore nei mari del Nord entro il 2050, con fino a 100 GW da realizzare tramite progetti transfrontalieri interconnessi. Il contributo francese, fissato a Ostenda nel 2023 e ribadito ad Amburgo, prevede almeno 2,1 GW entro il 2030 e tra 4,6 e 17 GW entro il 2050.

Secondo Westley, la crescita infrastrutturale non pone più problemi ingegneristici rilevanti: l’integrazione con la rete elettrica procede, le catene di approvvigionamento si espandono. Il nodo aperto riguarda invece la sicurezza: la dichiarazione di Amburgo ha collegato il Joint Investment Pact a un impegno generico a proteggere la futura rete da «attacchi fisici, cibernetici o ibridi», senza però tradurlo in una struttura operativa chiara.

Nel Regno Unito la responsabilità in caso di incidente è oggi frammentata tra più soggetti: il Department for Energy Security and Net Zero, il Department for Transport, la Maritime and Coastguard Agency, il Home Office, il Ministero della Difesa e l’operatore stesso. Chi guida la risposta dipende dal tipo di evento, non dalla localizzazione dell’impianto: un inquinamento spetta alla Maritime and Coastguard Agency, un’imbarcazione sospetta vicino a un cavo diventa questione di polizia, una turbina danneggiata resta dell’operatore, un atto deliberato contro un’infrastruttura critica potrebbe alla fine ricadere sull’antiterrorismo.

La Royal Navy, ricorda l’autore, non costituisce una soluzione automatica: nel quadro del Military Aid to the Civil Authorities, interviene solo su richiesta delle autorità civili, in presenza di un’evidente lacuna di capacità e con l’avallo di un processo ministeriale definito. Il Joint Maritime Security Centre, pur essendo il punto di riferimento nazionale per la fusione di informazioni marittime, non dispone di un’autorità di comando operativo sulla difesa degli impianti eolici offshore.

Westley propone due strade non alternative tra loro. La prima è incrementale: estendere per legge e risorse il ruolo del Secretary of State’s Representative for Maritime Salvage and Intervention (SOSREP), oggi limitato al salvataggio marittimo, a tutta l’energia offshore, includendo eolico, interconnettori e settore oil and gas, con potere statutario di dirigere gli operatori e mobilitare mezzi civili e militari. La seconda guarda al modello francese delle Préfectures Maritimes, in vigore fin dai tempi di Colbert: tre zone marittime, ciascuna guidata da un vice-ammiraglio in servizio che rappresenta lo Stato in mare e coordina Marine Nationale, Gendarmerie Maritime, Douanes e polizia sotto un’unica strategia. L’autore suggerisce infine un’esercitazione congiunta anglo-francese, incentrata sul confine operativo tra il Préfet Maritime de la Manche-Mer du Nord e il SOSREP, come modo più economico per verificare quale delle due opzioni risulterebbe davvero necessaria al prossimo incidente.

Il commento di GrNet.it

Chi comanderebbe, oggi, se un cavo sottomarino italiano venisse tagliato o un impianto eolico offshore nell’Adriatico subisse un attacco ibrido? La domanda che Westley pone per il Regno Unito vale, con pesi diversi, anche per l’Italia, dove la crescita dell’eolico offshore è più contenuta ma la frammentazione tra Guardia Costiera, Marina Militare, ministeri competenti e operatori privati non è meno marcata. Il modello francese delle Préfectures Maritimes, fondato sull’idea che il mare territoriale sia un prolungamento dello Stato, resta estraneo alla tradizione amministrativa italiana quanto a quella britannica, ma la logica di fondo, un’autorità unica e permanente che eviti la negoziazione delle competenze nel momento dell’emergenza, meriterebbe una valutazione a Roma parallela a quella in corso a Londra. Il rischio, altrimenti, è che l’espansione delle infrastrutture energetiche nel Mediterraneo proceda più rapidamente della capacità istituzionale di proteggerle.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 9 agosto 2026

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