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Gaza, Hamas accetta di disarmare: ora la palla passa a Israele

«Questo sarebbe stato impensabile solo pochi anni fa»: così l’European Council on Foreign Relations (ECFR) descrive, in un’analisi firmata da Hugh Lovatt, la disponibilità di Hamas a smantellare il proprio arsenale, elemento centrale della roadmap per la Fase 2 dell’accordo in tre fasi promosso dagli Stati Uniti a Gaza. Il movimento islamista ha accettato a fine luglio il piano proposto dal Board of Peace (BoP), l’organismo incaricato di sovrintendere alla transizione nella Striscia.

Il piano in venti punti annunciato dall’amministrazione Trump nel settembre 2025 prevede tre fasi: la prima ha condizionato la cessazione delle ostilità e l’aiuto umanitario al rilascio degli ostaggi israeliani; la seconda punta a rimuovere Hamas dal potere e avviare la ricostruzione; la terza dovrebbe concludersi con il ritiro totale israeliano, il ritorno dell’Autorità Palestinese e l’apertura di un percorso verso l’autodeterminazione palestinese.

Secondo ECFR, la Fase 1 resta però incompiuta: Israele avrebbe continuato a colpire civili e miliziani a Gaza, a ostacolare l’ingresso degli aiuti umanitari e ad avanzare oltre la cosiddetta Yellow Line, la linea di ripiegamento prevista. Il think tank osserva inoltre che Israele continua a demolire abitazioni e infrastrutture palestinesi nel 70% della Striscia ancora sotto suo controllo, e potrebbe puntare a creare un nuovo confine di fatto, con una possibile annessione di parte del territorio e il ritorno di insediamenti israeliani.

La roadmap prevede che i gruppi armati palestinesi consegnino le armi pesanti al Comitato Nazionale Palestinese per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), organismo transitorio creato dal piano in venti punti. Le armi verrebbero poste sotto controllo della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), che agirebbe da cuscinetto tra le forze israeliane e le aree amministrate dal NCAG, con un possibile smantellamento fisico degli arsenali sul modello del processo di decommissioning nordirlandese. Le armi leggere resterebbero invece regolate da un sistema di permessi gestito dal NCAG, che istituirà anche una nuova forza di polizia.

ECFR segnala però criticità operative: l’ISF conta finora solo circa 200 soldati promessi dal Marocco, con contributi minori possibili da Kosovo e Uganda, mentre la nuova polizia palestinese non ha ancora avviato l’addestramento in Egitto. Il think tank invita l’Europa a offrire personale ed expertise tecnica per il disarmo e la formazione della polizia, valorizzando l’esperienza della missione EUPOL COPPS, senza tuttavia finanziare direttamente il Board of Peace.

Il nodo politico resta però l’opposizione del governo Netanyahu a qualsiasi processo che porti al ritiro israeliano e a negoziati sull’autodeterminazione palestinese. Il Board of Peace, secondo l’analisi, avrebbe già iniziato ad alterare i termini negoziati per accontentare Israele, legando il ritiro oltre la Yellow Line al completamento del disarmo: una modifica che rischia di dare a Israele un potere di veto sull’intero processo, dato che l’eliminazione totale delle armi detenute da clan, famiglie e reti criminali è quasi impossibile da verificare. Nonostante ciò, Netanyahu continua a chiedere una rinegoziazione dell’intesa.

ECFR raccomanda che Nikolay Mladenov, alto rappresentante del BoP, usi il proprio capitale politico per chiedere l’attuazione, non la riscrittura, dell’accordo, e che l’Unione Europea riprenda la discussione sulla sospensione dell’Accordo di Associazione con Israele in caso di mancata conformità. Il successo dell’intera operazione, conclude il rapporto, dipenderà dalla percezione reciproca che la via diplomatica offra vantaggi superiori a una ripresa del conflitto, e dalla capacità di collegare la Fase 2 a un percorso credibile verso l’autodeterminazione palestinese nella Fase 3.

Il commento di GrNet.it

Duecento soldati marocchini promessi, più contingenti minori da Kosovo e Uganda: questa è, ad oggi, la consistenza reale dell’International Stabilisation Force chiamata a fare da cuscinetto tra Israele e le aree amministrate dal nuovo comitato palestinese. È una forza che, per numeri e mandato ancora indefinito, non ha la massa critica per imporre alcunché sul terreno, e che dipende integralmente dalla volontà politica delle parti più che dalla propria capacità coercitiva. Chi ha visto da vicino missioni di stabilizzazione a effettivi ridotti sa che il rischio non è il fallimento clamoroso, ma l’irrilevanza progressiva: un dispositivo che esiste sulla carta mentre sul terreno le linee di demarcazione si spostano per fatti compiuti. Il precedente nordirlandese richiamato nell’analisi funzionò perché esisteva un’architettura di verifica indipendente e tempi certi; qui, invece, gli stessi promotori del piano sembrano disposti a rinegoziarne i termini in corso d’opera. Per l’Europa, che pure viene invitata a offrire competenze tecniche su disarmo e polizia, la domanda è se un contributo settoriale possa avere peso senza una leva politica altrettanto solida.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 6 agosto 2026

Redazione GrNet - Sicurezza e Difesa

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