Migranti e agenti usa e getta: la stessa architettura ibrida russa

Un valico chiuso in una settimana, da 314 attraversamenti a zero: è quanto accaduto a Storskog, sul confine norvegese-russo, dopo che Oslo aprì un canale di discussione con Mosca. La rapidità del crollo, secondo un’analisi di Zoe Neiman pubblicata da RUSI (Royal United Services Institute), suggerisce che le autorità russe mantenessero il controllo diretto sulle condizioni che alimentavano quel flusso migratorio.
L’episodio del 2015-16, quando circa 7.000 cittadini di paesi terzi transitarono dalla Russia verso Norvegia e Finlandia durante la crisi dei rifugiati siriani, è il primo di una serie che l’autrice ricostruisce fino ai giorni nostri: la crisi al confine tra Bielorussia e Unione Europea nel 2021, quando il 90% dei migranti entrati illegalmente in Polonia possedeva visti turistici o studenteschi russi, e la pressione sul confine russo-finlandese nel 2023-24, con un balzo a circa 800 arrivi nel solo novembre 2023.
Il rapporto distingue con cura la migrazione irregolare spontanea dalla sua strumentalizzazione deliberata da parte di uno Stato: la coercizione, scrive l’autrice, non risiede nel movimento delle persone ma nella manipolazione statale delle rotte per imporre costi politici, amministrativi ed economici al paese di destinazione. Nel caso bielorusso, la Polonia dovette impiegare circa 15.000 militari a supporto delle guardie di frontiera, mentre le divisioni tra istituzioni europee, organizzazioni umanitarie e governi nazionali si approfondivano attorno al tema dei respingimenti.
Il caso finlandese, tuttavia, mostra anche i limiti del metodo: l’operazione non ha generato una spaccatura politica duratura, ma è stata rapidamente interpretata come parte della più ampia minaccia russa alla sicurezza, rafforzando la resistenza politica finlandese verso Mosca. Il rapporto ne trae una regola generale: la strumentalizzazione della migrazione è politicamente più efficace quando lo Stato colpito continua a dibattere se si tratti di un’emergenza umanitaria organica o di un atto di coercizione organizzato.
L’analisi collega questo schema al fenomeno crescente dei cosiddetti «disposable agents», agenti usa e getta reclutati tra criminali comuni, migranti, residenti russofoni in Europa o persone in difficoltà economica, spesso tramite offerte di lavoro apparentemente innocue su Telegram, pagate in criptovaluta. Vengono impiegati per fotografare siti militari, sorvegliare individui, incendiare magazzini o danneggiare infrastrutture ferroviarie, con operazioni compartimentate tra più esecutori che spesso non conoscono il mandante finale.
L’International Centre for Counter-Terrorism ha individuato 151 casi pubblicamente noti tra febbraio 2022 e febbraio 2026, con la Polonia paese più colpito, seguita da Francia, Lituania, Germania, Regno Unito ed Estonia. Secondo il rapporto, la vulnerabilità sfruttata da Mosca non è solo quella dei confini aperti o delle infrastrutture critiche, ma l’abitudine europea di trattare ogni incidente entro categorie amministrative separate (gestione delle frontiere, indagini penali, controspionaggio) mentre Mosca opera trasversalmente tra queste categorie, accumulando costi senza mai superare la soglia che innescherebbe una risposta coordinata.
Il commento di GrNet.it
L’analisi non affronta a sufficienza un aspetto che riguarda la catena di comando italiana: chi, tra ministero dell’Interno, intelligence e forze di polizia, avrebbe oggi il mandato di collegare un incendio a un magazzino, un caso di sorveglianza a un sito NATO e un picco di arrivi irregolari, se dovessero manifestarsi in sequenza sul territorio nazionale? Il rapporto RUSI documenta con dati verificabili i casi di Storskog, della Bielorussia e della Finlandia, mentre la cifra di 151 episodi di sabotaggio resta attribuita a fonte aperta, con l’autrice stessa che segnala come il numero reale sia probabilmente superiore. Per l’Italia, esposta sia sul fronte mediterraneo della pressione migratoria sia su quello industriale del sostegno a Kiev, la lezione operativa è che la frammentazione tra Viminale, DIS e magistratura rischia di essere proprio il punto debole che un attore statale può sfruttare, non diversamente da come Mosca ha sfruttato la separazione istituzionale altrove in Europa. Resta da capire se gli strumenti di coordinamento interministeriale già esistenti siano sufficienti a ricostruire il quadro d’insieme di una campagna, oppure se serva un livello di analisi dedicato, capace di seguire reclutamento e finanziamento anziché il singolo reato.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 5 agosto 2026




