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Acqua e gas tra Israele, Giordania ed Egitto: la pace fredda cambia logica

Che cosa accade quando le risorse pensate per consolidare la pace diventano strumenti di pressione politica? Una analisi di Urban Coningham e Alaa Zoubi per il Royal United Services Institute (RUSI) risponde osservando l’evoluzione recente dei rapporti tra Israele, Giordania ed Egitto: acqua e gas, per decenni pilastri di una interdipendenza ritenuta stabilizzante, si stanno trasformando in terreno di competizione strategica.

Il caso più evidente riguarda la Giordania. Il 7 luglio 2026 i media giordani hanno riportato la decisione israeliana di non rinnovare un accordo del 2021, mediato dagli Stati Uniti, che garantiva al Regino hashemita ulteriori 50 milioni di metri cubi d’acqua l’anno, in aggiunta ai 50 milioni previsti dal trattato di pace del 1994. Secondo gli autori, Israele avrebbe collegato il rinnovo a una richiesta di maggiore allineamento diplomatico e a un ammorbidimento delle critiche pubbliche di Amman, condizioni che nessuno dei due governi ha confermato ufficialmente.

La posta in gioco per la Giordania è strutturale: il paese dispone di appena 61 metri cubi di acqua dolce rinnovabile pro capite l’anno, ben al di sotto della soglia di scarsità assoluta fissata a 500 metri cubi, e dieci dei suoi dodici principali acquiferi si stanno esaurendo più rapidamente di quanto si ricarichino. Il progetto National Water Carrier, destinato a rafforzare la resilienza idrica di lungo periodo attraverso la desalinizzazione, resta ancora a diversi anni dalla piena operatività, lasciando Amman esposta nel frattempo.

Gli autori sottolineano una contraddizione: la Giordania resta un partner di sicurezza essenziale per Israele, come dimostrato dall’intercettazione di missili e droni iraniani nell’aprile 2024, eppure Israele esercita pressione proprio su una delle vulnerabilità più acute del Regno. Il paradosso, secondo l’analisi, è che questa pressione potrebbe accelerare gli investimenti giordani nell’autosufficienza idrica, riducendo nel tempo la leva israeliana anziché rafforzarla.

Sul fronte egiziano il quadro è diverso ma parallelo. Il Cairo importa gas israeliano in misura significativa, con un accordo dei partner del giacimento Leviathan per fornire circa 130 miliardi di metri cubi entro il 2040, del valore stimato di 35 miliardi di dollari. Tuttavia l’Egitto, meno vulnerabile della Giordania grazie a infrastrutture, dimensione di mercato e possibilità di diversificazione, sta parallelamente ampliando l’esplorazione domestica e le rotte di approvvigionamento alternative per evitare una dipendenza eccessiva da un singolo fornitore.

La conclusione degli autori è che non si tratta di un collasso della pace fredda tra Israele e i suoi vicini, ma di un suo adattamento: la cooperazione sulle risorse resta in piedi, ma i due paesi arabi la valutano sempre più in base alla resilienza che garantisce e non alla profondità dell’interdipendenza che genera. Per il Regno Unito, concludono Coningham e Zoubi, la lezione è sostenere le infrastrutture cooperative esistenti, senza permettere che diventino strumenti di coercizione politica.

Il commento di GrNet.it

Il precedente più istruttivo qui è quello degli accordi idrici del trattato di pace del 1994, concepiti proprio per sottrarre l’acqua alla logica del conflitto: la loro erosione mostra quanto sia fragile ogni intesa che leghi una risorsa vitale a condizioni politiche mutevoli. Per un osservatore con esperienza di pianificazione operativa, la vicenda giordana ricorda che la dipendenza da un singolo fornitore critico, che si tratti di acqua, energia o approvvigionamenti militari, genera vulnerabilità strategica anche quando il rapporto formale resta intatto. La differenza fra il caso egiziano e quello giordano, cioè fra chi ha margini di diversificazione e chi non li ha, meriterebbe più attenzione anche nelle valutazioni europee sulla propria dipendenza energetica da singoli corridoi o fornitori. Non è un tema lontano dal Mediterraneo centrale, dove infrastrutture energetiche e di controllo delle rotte migratorie condividono la stessa fragilità: restano cooperative finché nessuna delle parti le trasforma in leva negoziale.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 5 agosto 2026

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