Le carceri non si svuotano: si costruiscono

Roma, 1 agosto 2026 – Sorprende che un governo di centrodestra, che fa della sicurezza un punto fondamentale del proprio programma, presenti come «epocale» un provvedimento che, nelle intenzioni, dovrebbe consentire a migliaia di condannati di uscire dal carcere e proseguire l’esecuzione della pena in strutture terapeutiche o in altri luoghi ritenuti idonei.
Il sovraffollamento penitenziario è certamente un problema reale, ma non può essere risolto semplicemente riducendo il numero delle persone presenti nelle celle senza aumentare concretamente la capacità dello Stato di custodire, trattare e controllare chi è stato condannato.
Il ministro Nordio ha indicato una platea potenziale di 10.000 detenuti, sebbene, secondo la stampa, le risorse attualmente stanziate sembrino sufficienti per poche centinaia di persone. È però la prospettiva politica a destare preoccupazione. Il limite della pena ancora da scontare è infatti fissato in otto anni: una soglia tutt’altro che modesta, che può riguardare condanne per fatti di significativa gravità oppure il cumulo di numerosi reati.
Chi conosce davvero la sicurezza sa che spesso una condanna definitiva non rappresenta l’esito di un singolo episodio occasionale, ma il punto di arrivo di una lunga sequenza di reati, interventi di polizia, denunce, indagini, processi e tentativi falliti di contenere una condotta pericolosa. Liberare le strade dalla criminalità è difficile; arrivare a una condanna definitiva lo è ancora di più. Quando finalmente lo Stato riesce ad assicurare un autore di reati all’esecuzione della pena, non dovrebbe affrettarsi a riportarlo all’esterno senza una valutazione estremamente rigorosa del rischio.
Per percepire queste criticità sarebbe necessario confrontarsi con coloro che ogni giorno tutelano la nostra sicurezza: poliziotti, magistrati di sorveglianza, operatori delle comunità e familiari delle persone dipendenti.
Si scoprirebbe, per esempio, che i detenuti con problemi di tossicodipendenza o alcoldipendenza sono i più complessi da gestire proprio per le condizioni di instabilità, le crisi di astinenza, le patologie concomitanti e la difficoltà di assicurare continuità ai percorsi terapeutici.
Si scoprirebbe che non sempre le famiglie sono in grado, o semplicemente disponibili, a farsi carico di situazioni che possono essere diventate ingestibili. La detenzione domiciliare non può trasformarsi nel trasferimento alla famiglia di una responsabilità che appartiene allo Stato. Né la generica individuazione di un «luogo idoneo» può sostituire la presenza di una struttura realmente attrezzata, dotata di personale qualificato, capacità terapeutica e strumenti di controllo.
Ogni ampliamento delle misure domiciliari comporta inoltre conseguenze operative che non possono essere ignorate. Le forze dell’ordine dovranno verificare il rispetto delle relative prescrizioni, effettuare controlli, intervenire in caso di allontanamento e ricercare chi si sottragga alla misura. Le eventuali evasioni produrranno nuove denunce, nuovi procedimenti penali e ulteriori carichi per una giustizia e per apparati di sicurezza già fortemente sotto pressione.
C’è poi un problema di credibilità della pena. Non si tratta di sostenere una concezione meramente afflittiva né di punire qualcuno soltanto per “dare l’esempio” agli altri, ma la collettività deve poter confidare nell’effettività delle sentenze e chi delinque deve sapere che una condanna definitiva comporta conseguenze reali.
Un sistema nel quale persino una pena residua di otto anni può essere eseguita fuori dal carcere trasmette il messaggio che anche dopo una sentenza irrevocabile per reati gravi o reiterati, la detenzione carceraria resti un’eventualità facilmente superabile. In questo modo non si indebolisce soltanto la funzione preventiva della pena, ma anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e il lavoro degli operatori che quei responsabili hanno faticosamente consegnato alla giustizia.
Il sovraffollamento si affronta costruendo nuovi istituti o recuperando quelli inutilizzati e rendendo realmente operative le strutture terapeutiche, non facendo uscire i detenuti.
Sarebbe come pretendere di affrontare il sovraffollamento degli ospedali dimettendo i malati: i posti letto risulterebbero liberati, ma i malati resterebbero malati e si aggraverebbero. Allo stesso modo, se una persona continua a essere pericolosa, il suo trasferimento fuori dal carcere non elimina il problema: lo trasferisce sulle famiglie, sulle comunità, sulle forze dell’ordine e, in definitiva, sui cittadini.
Una politica della sicurezza non può prescindere dall’ascolto di chi quella sicurezza la garantisce quotidianamente, con fatica e spesso assumendosi rischi personali, professionali e giudiziari. La sicurezza che abbiamo nelle nostre strade non è mai troppa e non è acquisita una volta per tutte: è una sicurezza faticosamente conquistata, giorno dopo giorno, e non va dilapidata.



