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Israele e la campagna da un miliardo per riconquistare l’opinione pubblica americana

Oltre un miliardo di dollari spesi dal 7 ottobre in campagne di «hasbara» globale, con un budget quadruplicato solo nell’ultimo anno: questo il dato centrale della ricerca condotta da Nick Cleveland-Stout, research fellow del Quincy Institute, dedicata agli sforzi israeliani per contrastare il calo di consensi negli Stati Uniti dopo le accuse di genocidio a Gaza e il coinvolgimento americano nella guerra con l’Iran. Lo studio, intitolato «The Eighth Front: Inside Israel’s $1 Billion Influence Campaign», è presentato dagli autori come la ricostruzione più completa disponibile sulla nuova strategia di comunicazione israeliana verso il pubblico statunitense.

Il rapporto documenta un cambiamento nelle modalità operative di Tel Aviv. Se in passato l’influenza sulla politica americana passava quasi esclusivamente attraverso donatori facoltosi e gruppi di lobbying come AIPAC, Israele si trova oggi a dover assumere direttamente società di consulenza statunitensi, obbligate a registrarsi come agenti stranieri secondo il Foreign Agents Registration Act, la normativa FARA. Secondo i ricercatori questa transizione segnala una crescente difficoltà nel mantenere il sostegno tradizionale, ma permette anche di identificare con precisione chi viene assunto e con quali finalità.

Tra i casi citati figura Brad Parscale, ex responsabile della campagna elettorale di Donald Trump, titolare di tre dei maggiori contratti israeliani attuali. Il suo incarico principale consiste nella gestione di una campagna di messaggistica di massa condotta per conto di Israele mascherandola dietro sigle apparentemente indipendenti come «Allies for Peace». Un altro esempio è il gruppo Targeted Communications Global, che ha destinato quasi 10 milioni di dollari a campagne pubblicitarie su piattaforme come X, Daily Caller e Breitbart, segno — secondo l’analisi — di una preoccupazione crescente per la tenuta del sostegno nell’area politica di destra.

L’aspetto più rilevante individuato dal rapporto riguarda però gli investimenti nel condizionamento dei modelli linguistici di intelligenza artificiale, come Claude, ChatGPT o Grok. Il governo israeliano finanzierebbe siti web filo-israeliani progettati per alimentare le risposte di questi chatbot, in una pratica definita «LLM poisoning». L’obiettivo, secondo lo studio, sarebbe garantire che su episodi controversi — viene citato il caso dell’uccisione della bambina Hind Rajab da parte delle Forze di Difesa Israeliane — i chatbot restituiscano narrazioni bilanciate tra le due versioni, comprese le giustificazioni israeliane, piuttosto che una ricostruzione fattuale univoca.

Il rapporto si chiude con un interrogativo aperto: se le decine di milioni di dollari investiti in diplomazia pubblica riusciranno effettivamente a modificare l’orientamento dell’opinione pubblica americana verso il sostegno storicamente incondizionato a Israele.

Il commento di GrNet.it

Un miliardo di dollari indirizzato non solo verso i canali tradizionali del lobbying ma direttamente dentro l’infrastruttura dei modelli linguistici usati ogni giorno da milioni di persone segna un salto di scala nelle tecniche di influenza che meriterebbe attenzione anche fuori dal contesto israelo-americano. Ciò che l’analisi documenta con solidità sono i contratti, le società registrate come agenti stranieri e le somme spese su specifiche piattaforme; resta invece nel campo della dichiarazione, non ancora della verifica indipendente, l’efficacia reale del cosiddetto «LLM poisoning» sui chatbot commerciali. Per un osservatore europeo il punto interessante non è la difesa di Israele in sé, quanto il precedente metodologico: se uno Stato con risorse limitate come Israele può tentare di orientare le risposte di un’intelligenza artificiale generativa su temi sensibili, la questione riguarda in prospettiva qualsiasi attore statale, incluse le potenze che l’Italia considera avversarie nella competizione informativa. Le istituzioni europee che si occupano di disinformazione dovrebbero forse guardare a questo caso non come a un episodio isolato del conflitto mediorientale, ma come a un banco di prova per capire quanto siano già vulnerabili gli strumenti di intelligenza artificiale usati quotidianamente da cittadini e decisori.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 30 luglio 2026

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