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Taiwan nel mirino: come l’approccio Trump rischia di indebolire l’isola

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House, i commenti del presidente Trump su Taiwan e il suo orientamento verso una «stabilità strategica costruttiva» con la Cina potrebbero compromettere la sicurezza dell’isola e minare la fiducia degli alleati americani nella regione indo-pacifica. Durante il vertice con il presidente Xi a Pechino della scorsa settimana, le preoccupazioni circa possibili negoziati sulla sovranità taiwanese si sono rivelate fondate, sebbene il Segretario di Stato Marco Rubio abbia successivamente affermato che la posizione americana rimane invariata.

Tuttavia, le dichiarazioni di Trump in un’intervista a Fox News rivelano tre elementi critici. In primo luogo, il presidente ha indicato il pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari destinato a Taiwan come una «carta negoziale» nei confronti di Pechino, e ha differito la consegna di missili, sistemi anti-drone e difesa aerea fino dopo il vertice. Trump ha inoltre suggerito di consultarsi con Xi sulle future vendite di armi, violando implicitamente le «Sei Assicurazioni» del 1982, che garantiscono a Taipei che Washington non coordinerà con Pechino le proprie forniture militari. Questo ritardo operativo potrebbe indebolire le capacità difensive di Taiwan e compromettere il deterrente militare.

In secondo luogo, pur mantenendo l’ambiguità strategica sulla difesa di Taiwan, Trump ha affermato che gli Stati Uniti non intendono combattere una guerra a 9.500 chilometri di distanza. Tale ambiguità funziona come deterrente solo se sottesa da una credibilità autentica, che le sue dichiarazioni mettono in dubbio. Contemporaneamente, le risorse militari americane sono state dirottate dal Indo-Pacifico al Medio Oriente e le scorte di munizioni sono ridotte, circostanze che Pechino potrebbe interpretare come un’opportunità per testare la credibilità americana e intensificare le tattiche di intimidazione.

In terzo luogo, Trump ha ripreso la narrativa di Pechino attribuendo le tensioni nello Stretto di Taiwan al desiderio di indipendenza dell’isola, piuttosto che alle pressioni coercitive sistematiche della Cina. Questa adesione implicita alla prospettiva di Pechino potrebbe legittimare le tattiche cinesi e indebolire ulteriormente la posizione taiwanese.

Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda la nuova cornice retorica della relazione sino-americana come perseguimento di «stabilità strategica costruttiva». Sebbene il significato preciso rimanga vago, Pechino potrebbe utilizzare questa formulazione per inquadrare qualsiasi azione americana contraria ai suoi interessi su Taiwan come una violazione di questa stabilità, presentando Washington come l’attore destabilizzante. Se l’amministrazione Trump attribuisce importanza a questa narrazione, il modello di trattenimento degli aiuti a Taiwan come leva negoziale potrebbe consolidarsi come nuovo standard.

L’analisi di Chatham House evidenzia un rischio operativo concreto: il differimento sistematico degli armamenti a Taiwan non è una mossa tattica, ma potrebbe diventare strutturale se legittimato dalla retorica della «stabilità strategica». Per l’Italia e la NATO, questo solleva una questione di credibilità alleata che trascende il teatro indo-pacifico: se Washington negozia le garanzie di sicurezza di un partner democratico, quale affidabilità rimane per gli impegni europei? La lezione storica suggerisce che l’ambiguità strategica funziona solo quando supportata da capacità e volontà credibili; il vuoto tra dichiarazioni e risorse disponibili è esattamente quello che gli avversari sfruttano.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 19 maggio 2026

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