Il nodo insolubile tra geopolitica, sicurezza e crisi umanitaria

Il mondo attraversa un «momento cardine» paragonabile alla fine della Guerra Fredda, ma con complessità radicalmente diverse. A sostenerlo è David Miliband, presidente e amministratore delegato dell’International Rescue Committee, in un intervento presso il Royal United Services Institute (RUSI) che collega direttamente le trasformazioni geopolitiche alle conseguenze umanitarie che ne derivano.
Miliband identifica quattro mutamenti strutturali dell’ordine internazionale. Primo: il passaggio da un sistema dominato da poche potenze a un ordine «multi-allineato» dove il potere economico, politico e tecnologico si è disperso. Nel 1990 il G7 rappresentava oltre il 50% del PIL mondiale a parità di potere d’acquisto; oggi circa il 25%. Paesi medie e potenze regionali esercitano maggiore flessibilità strategica, mentre gli attori non statali acquisiscono influenza sproporzionata. Per le organizzazioni umanitarie, ciò significa che conflitti come quello in Sudan diventano arene di competizione regionale, prolungati da potenze esterne.
Secondo: il ruolo dell’America come ancora dell’ordine globale è mutato radicalmente. Dopo il 1945, gli Stati Uniti avevano ancorato il sistema internazionale non solo come potenza militare ed economica, ma come maggior donatore di aiuti e forza diplomatica globale. Oggi il quadro è invertito: ritiro da accordi internazionali, tagli straordinari all’assistenza estera (da 14 miliardi di dollari nel 2024 a 4 miliardi nel 2025), con effetti a cascata su Regno Unito e altri paesi europei.
Terzo: il mondo è iper-connesso. Shock monetari a Washington o Londra innescano crisi di debito nei paesi in via di sviluppo. Pandemie, flussi migratori e guerre regionali diventano rapidamente eventi economici globali. L’invasione russa dell’Ucraina ha spinto 47 milioni di persone in Africa, Asia e America Latina verso la fame severa per la disruzione dei flussi di grano.
Quarto: il potere è sempre più asimmetrico. Non è il controllo territoriale o la grandezza militare a contare, ma il controllo di chokepoint critici: semiconduttori, terre rare, flussi di fertilizzanti. Questo modello si manifesta acutamente nel conflitto in Iran, dove le rotte marittime, i mercati energetici e le catene di approvvigionamento plasmano l’esito più della potenza militare. Le divisioni strategiche transatlantiche su questo conflitto superano quelle della guerra in Iraq.
Le ricadute umanitarie sono severe. Premi assicurativi marittimi in Yemen sono saliti del 400%; cliniche in Somalia hanno razionato cibo terapeutico per bambini malnutriti; Sudan ha dovuto rerouting di forniture a costi maggiori; Afghanistan ha visto triplicare i prezzi dei beni importati. Il Programma Alimentare Mondiale avverte che se il conflitto prosegue fino a giugno, altri 45 milioni di persone potrebbero affrontare insicurezza alimentare acuta. Nel frattempo, il Pentagono ha stimato 25 miliardi di dollari di costi militari in nove settimane, mentre la risposta umanitaria americana è stata di soli 49 milioni (0,2%).
Miliband sostiene che le potenze medie—Regno Unito, Canada, Germania, Giappone—devono esercitare agenzia in un ordine più fluido non sostituendo gli Stati Uniti, ma diventando partner più capaci e organizzatori di azione collettiva. L’esperienza dell’Ucraina dimostra che coalizioni coordinate possono plasmare risultati anche in un mondo frammentato. Questo principio si applica a clima, politica economica, salute globale e diritto internazionale umanitario, dove la cooperazione pratica conta più del consenso retorico. Solo attraverso «immaginazione istituzionale» le potenze medie potranno mantenere lo spazio per la cooperazione in un’epoca di erosione delle norme internazionali.
L’analisi di Miliband tocca un nervo scoperto della strategia europea: mentre la NATO si rafforza militarmente attorno all’Ucraina, la capacità di gestire crisi umanitarie e stabilità globale si sgretola per mancanza di coordinamento e risorse. Per l’Italia, potenza media con responsabilità nel Mediterraneo e nei Balcani, il messaggio è duplice—rafforzare la «colonna europea» della NATO è necessario, ma insufficiente senza una strategia parallela di cooperazione su sviluppo, diritto internazionale e contenimento della frammentazione. Il divario tra spesa militare e investimento umanitario che Miliband documenta (25 miliardi vs. 49 milioni nel conflitto iraniano) rispecchia una scelta di potenza che non affronta le radici della instabilità.
Fonte: RUSI · Pubblicato il 31 maggio 2026




