NPT 2026: terza conferenza di revisione consecutiva senza documento finale

Per la terza volta consecutiva, la Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) si è chiusa senza un documento di consenso. La sessione del 2026, conclusa il 22 maggio a New York, ha registrato un fallimento qualitativamente diverso dai precedenti: se nel 2022 era stata la Russia da sola a bloccare l’accordo dopo l’invasione dell’Ucraina, quest’anno le fratture hanno attraversato l’intero gruppo dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, i cosiddetti P5, gli unici Stati riconosciuti dal trattato come potenze nucleari. È quanto documenta Chatham House in un’analisi pubblicata il 3 giugno 2026.
Il nodo principale è stato il conflitto in Iran. Gli Stati parti non sono riusciti a concordare un paragrafo che affrontasse la non conformità di Teheran agli obblighi NPT e che escludesse esplicitamente la possibilità che l’Iran acquisisse armi nucleari. Quel testo è rimasto tra parentesi nell’ultima bozza del documento finale, segnale tecnico che il consenso non era stato raggiunto. Il presidente della conferenza, Đỗ Hùng Việt, ha scelto di non forzare uno scontro pubblico sul punto; quando ha chiesto almeno un consenso procedurale per rafforzare il meccanismo di revisione, Russia, Cina e Iran hanno bloccato anche quello.
Altre linee di tensione erano prossime alla superficie. Mosca ha spinto per eliminare i riferimenti al programma nucleare della Corea del Nord, suscitando le obiezioni di Seoul. Le dispute sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia, ancora sotto occupazione russa, sono rimaste irrisolte. Si consolida così un modello in cui le conferenze di revisione diventano la sede in cui gli Stati scaricano contenziosi regionali e bilaterali, invece di lavorare al rafforzamento del regime multilaterale.
Dietro il fallimento procedurale si profila un problema più profondo: il cosiddetto «grande patto» alla base dell’NPT — gli Stati non nucleari rinunciano alle armi atomiche in cambio di progressi verso il disarmo da parte del P5 — è sottoposto a una pressione crescente. Il trattato New START tra Stati Uniti e Russia è scaduto a febbraio senza alcun accordo sostitutivo, lasciando per la prima volta in oltre cinquant’anni i due arsenali più grandi del mondo privi di limiti concordati. La Cina sta accelerando il proprio programma nucleare. Gli Stati Uniti hanno minacciato la ripresa dei test nucleari e hanno accusato Russia e Cina di condurne. La Francia ha annunciato un’espansione del proprio programma.
In questo contesto, i cinque Stati nucleari si sono presentati a New York adoperandosi per rimuovere dal documento finale persino le formulazioni più blande: quelle che chiedevano l’avvio di negoziati sul disarmo, o anche solo discussioni urgenti in materia. Sono stati eliminati anche i riferimenti a maggiore trasparenza e responsabilità da parte del P5. La bozza finale si è limitata a invocare un vago «dialogo costruttivo».
Gli Stati non nucleari hanno comunque mantenuto una presenza attiva: hanno resistito all’indebolimento del linguaggio sul disarmo e hanno difeso il Trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (CTBT). Il think tank londinese ricorda che nel 1985, con arsenali prossimi al picco della Guerra Fredda e tensioni geopolitiche elevate, Stati Uniti e Unione Sovietica scelsero di cooperare per raggiungere il consenso invece di strumentalizzare il processo. Quella stagione è lontana, ma dimostra che comportamenti cooperativi in periodi di alta tensione non sono strutturalmente impossibili.
La prossima conferenza di revisione è prevista per il 2031. Il rischio, secondo l’analisi, è che nei cinque anni di intervallo le condizioni di fondo peggiorino ulteriormente, le pressioni proliferative si intensifichino e diventi sempre più difficile giustificare un investimento politico nel regime NPT.
Chi ha seguito da vicino le conferenze di revisione NPT riconosce in questo esito un deterioramento strutturale, non una crisi episodica: tre fallimenti consecutivi indicano che il meccanismo di revisione quinquennale non regge più il peso delle tensioni che gli vengono scaricate sopra. Dal punto di vista operativo, la scadenza di New START a febbraio 2026 senza successore è il dato più concreto: per la prima volta in oltre mezzo secolo, i due arsenali maggiori operano senza soglie negoziate, e questo ha ricadute dirette sulla pianificazione nucleare della NATO e sulla credibilità della deterrenza estesa. Vale la pena distinguere tra ciò che l’analisi documenta — il testo rimasto tra parentesi, i blocchi procedurali, la rimozione delle clausole di trasparenza — e ciò che resta nel campo delle intenzioni dichiarate, come l’accelerazione del programma nucleare cinese, i cui dati quantitativi provengono in larga parte da stime di intelligence occidentale non pienamente verificabili in modo indipendente. Per l’Italia, che ospita capacità nucleari NATO nell’ambito degli accordi di condivisione nucleare, un regime NPT indebolito non è una questione astratta: erode la legittimità politica di quegli stessi accordi agli occhi dell’opinione pubblica e di alcuni partner europei.
Fonte: Chatham House · Pubblicato il 3 giugno 2026



