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Iran-USA, l’accordo annunciato reggerà solo se i nodi nucleari verranno sciolti

Secondo un’analisi pubblicata da Chatham House l’8 giugno 2026, l’accordo tra Stati Uniti e Iran annunciato nel fine settimana — atteso per la firma in Svizzera venerdì — rappresenta un passo in avanti, ma la sua tenuta dipende dalla capacità delle parti di affrontare questioni ben più profonde della riapertura dello Stretto di Hormuz. A firmare il contributo è Catherine Ashton, che ha presieduto i negoziati del Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA, tra il 2009 e il 2014 in qualità di Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea.

Il testo dell’accordo non è ancora stato reso pubblico. Stando alle informazioni disponibili, le due parti starebbero prorogando di 60 giorni il cessate il fuoco concordato in aprile, impegnandosi nel frattempo a proseguire i colloqui. La riapertura dello stretto è presentata come obiettivo immediato del quadro negoziale, ma Ashton avverte che la chiusura dello stretto è stata una conseguenza del conflitto, non la sua causa: risolverla non equivale a risolvere il conflitto.

Il nodo centrale rimane il programma nucleare iraniano. Nei negoziati che portarono al JCPOA del 2015, il gruppo dei sei — Cina, Russia, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania — aveva un obiettivo unico: garantire la natura esclusivamente pacifica del programma nucleare di Teheran. Altre questioni, dai diritti umani al ruolo delle milizie proxy, furono rinviate. Non vennero mai affrontate. Ashton ritiene che il negoziato attuale debba partire da una risposta chiara agli obiettivi del conflitto iniziato il 28 febbraio, pena la fragilità di qualsiasi accordo.

Un elemento metodologico che l’autrice considera determinante è il cosiddetto «no surprises round»: nella fase che portò dal Piano d’azione congiunto interinale del 2013 al JCPOA finale, tutte le questioni da trattare furono elencate in anticipo, senza che l’Iran dovesse accettarle come punto di partenza, ma con la consapevolezza che senza un loro riconoscimento non vi sarebbe stato accordo finale. Questo meccanismo consentì di costruire fiducia in modo graduale — una risorsa oggi quasi assente, data la profonda diffidenza reciproca.

Sul fronte degli interlocutori, le eliminazioni fisiche di numerosi potenziali leader iraniani hanno complicato il quadro. Ali Larijani, già segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, avrebbe potuto svolgere un ruolo di mediatore pragmatico. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, già vice-negoziatore capo del JCPOA, è rimasto disponibile e guida ora i colloqui, ma il margine di flessibilità di cui dispone resta incerto.

Sul piano diplomatico multilaterale, l’analisi segnala l’emergere di un quartetto informale composto da Pakistan, Egitto, Turchia e Arabia Saudita — è stato Islamabad ad annunciare l’accordo quadro. Questi attori si muovono con maggiore agilità rispetto alle strutture tradizionali, ma la loro capacità di mantenere la rotta si misurerà sulla durata dei negoziati e sulla questione di chi eserciterà il ruolo di garante dell’accordo finale.

L’Unione Europea e il formato E3 — Francia, Germania e Regno Unito — potrebbero tornare a svolgere una funzione di supporto, almeno per strutturare il contesto dei colloqui. I negoziatori americani e iraniani mostrano difficoltà a interpretarsi reciprocamente: ne è prova la divergenza di lettura su se il cessate il fuoco di aprile includesse o meno le operazioni israeliane in Libano. La Cina, spesso sottovalutata nel racconto del JCPOA, partecipò a ogni sessione negoziale e potrebbe tornare a svolgere un ruolo costruttivo.

Quanto all’arricchimento dell’uranio, rapporti sui bombardamenti del giugno 2025 indicano che l’Iran è ancora lontano dal ripristino delle sue strutture nucleari e dalla soglia del 90 per cento necessaria per un ordigno. La strada verso un missile armato e pronto al lancio rimane lunga. Ashton propone di procedere per misure di fiducia progressive — «drip, drip, drip», nella sua formula — costruendo l’accordo pezzo per pezzo, a partire da ciò che è già concordato.

Il commento di GrNet.it

L’analisi trascura quasi del tutto la posizione europea come soggetto negoziale autonomo, limitandosi a ipotizzarne un ruolo di supporto tecnico: per l’Italia, che ha interessi diretti nella stabilità del Mediterraneo orientale e nelle rotte energetiche che transitano per Hormuz e Suez, questa marginalizzazione non è indifferente. La distinzione che Ashton traccia tra riapertura dello stretto e risoluzione delle cause del conflitto è operativamente rilevante: un accordo che garantisca la navigazione commerciale senza affrontare il dossier nucleare lascerebbe aperta la possibilità di una ripresa delle ostilità in tempi brevi, con ricadute immediate sulle forniture energetiche verso l’Europa meridionale. Il quartetto Pakistan-Egitto-Turchia-Arabia Saudita è presentato come elemento di novità positiva, ma nessuno dei quattro dispone di strumenti di verifica tecnica paragonabili a quelli che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, AIEA, ha esercitato nel quadro JCPOA: chi certificherà il rispetto degli impegni nucleari resta una domanda senza risposta nell’analisi. Vale infine la pena notare che la questione delle «garanzie» — chi sanziona, chi monitora, chi interviene in caso di violazione — è esattamente il punto su cui il JCPOA si è rivelato fragile nel 2018, e su cui il testo attuale sembra ancora del tutto aperto.


Fonte: Chatham House · Pubblicato il 8 giugno 2026

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