Hormuz verso la riapertura: petrolio, mine e incertezze di mercato dopo l’accordo USA-Iran

Circa 500 navi bloccate nello stretto, pozzi chiusi per mancanza di stoccaggio, riserve strategiche svuotate in mezzo mondo: è questo il quadro materiale che l’accordo USA-Iran deve ora affrontare. Secondo un’analisi di Karthik Sankaran pubblicata da Responsible Statecraft, il Memorandum of Understanding (MoU) siglato in Svizzera tra Washington e Teheran segna una svolta nelle relazioni bilaterali, ma la normalizzazione dei flussi petroliferi richiederà settimane, se non mesi.
Il testo del MoU prevede che gli Stati Uniti rinuncino non solo al blocco fisico delle esportazioni iraniane, ma anche alle sanzioni finanziarie che le accompagnavano. In cambio, l’Iran abbandona la strategia di interdizione del traffico nello stretto. Sul piano economico, l’accordo include lo sblocco graduale delle riserve valutarie iraniane congelate e un fondo privato che potrebbe generare fino a 300 miliardi di dollari per lo sviluppo e la ricostruzione del paese. L’annuncio ha già prodotto un effetto immediato: il greggio Brent è sceso a 79 dollari al barile, livello che non si registrava dall’inizio del conflitto.
La riapertura dello stretto non equivale però a un ripristino immediato dell’offerta. Le navi trattenute nel Golfo dovranno essere rifornite e probabilmente riparate: la lunga sosta in acque calde ha favorito l’accumulo di incrostazioni biologiche su scafi e sistemi interni, con ricadute su velocità, manovrabilità e sicurezza. A complicare ulteriormente le operazioni, la presenza di mine già posate rende necessario definire con precisione rotte e sequenze di uscita.
Sul fronte degli armatori e delle compagnie assicurative, la cautela resta alta. Gli assicuratori vorranno verificare che il cessate il fuoco si consolidi in una vera fine delle ostilità prima di riaprire le coperture, e i paesi europei, al G7, hanno condizionato l’invio di navi da guerra a protezione del traffico commerciale alla tenuta effettiva della tregua.
Anche il ritorno alla piena capacità produttiva segue tempi differenziati. L’Arabia Saudita, che ha mantenuto esportazioni parziali via pipeline, potrebbe riprendere i livelli pre-guerra in poche settimane. L’Iraq, che ha subito cali produttivi più marcati per esaurimento degli spazi di stoccaggio, potrebbe impiegare diversi mesi. Le principali banche d’investimento hanno rivisto al ribasso le previsioni sul prezzo del greggio: Morgan Stanley e Goldman Sachs stimano 80 dollari al barile nel quarto trimestre 2026, Citi si spinge fino a 70 dollari. Cifre inferiori ai picchi registrati durante il conflitto, ma superiori ai 60 dollari toccati dopo il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Sul versante della domanda, l’incertezza è speculare. Durante la crisi, molti governi hanno attinto alle riserve strategiche; ora dovranno ricostituirle, e alcuni potrebbero decidere di portarle oltre i livelli precedenti, sostenendo così i prezzi anche dopo la riduzione del premio geopolitico.
Per il Sud del mondo, e per l’Asia meridionale in particolare, la riapertura rappresenta un sollievo atteso. L’India ha registrato un ampliamento del deficit commerciale e un indebolimento della rupia ai minimi storici; il segretario al commercio Rajesh Agrawal ha dichiarato che «molti dei nostri problemi svaniranno». Il Pakistan, che ha svolto un ruolo di mediazione diplomatica tra le parti, beneficerà sia del calo dei prezzi sia di un rafforzamento della propria posizione a Washington.
La Cina, il maggiore importatore mondiale, ha ridotto le forniture di circa un terzo durante la crisi, attingendo a riserve stimate in circa 1,4 miliardi di barili a fine 2025. Secondo alcuni analisti, la velocità e l’entità di quella riduzione non sono spiegabili solo con l’elettrificazione e la diffusione dei veicoli elettrici. Nel lungo periodo, la riapertura di Hormuz difficilmente invertirà la traiettoria cinese verso la decarbonizzazione, nata storicamente dalla volontà di ridurre la dipendenza dallo stretto di Malacca.
Resta aperta la questione più ampia: se il disgelo USA-Iran si consoliderà nel tempo, con effetti sull’offerta globale e sul premio di rischio geopolitico che penalizzerebbero i produttori extra-regionali. Gli Stati Uniti e altri produttori dell’emisfero occidentale, Venezuela incluso, sembrano invece puntare su un mondo che rimane dipendente dai combustibili fossili.
Il commento di GrNet.it
L’accordo di Hormuz è una buona notizia per i mercati energetici, ma chi ha pianificato operazioni navali in acque ristrette sa che «cessate il fuoco» e «libera navigazione» non sono sinonimi: le mine già posate nello stretto trasformano ogni rotta in un problema di bonifica prima ancora che di scorta. Per la Marina italiana, che opera stabilmente nel Golfo e nel Mar Rosso, la condizionalità europea espressa al G7 — navi di protezione solo a tregua verificata — è una postura ragionevole, ma richiede capacità di valutazione autonoma della situazione, non solo attesa di segnali da Washington. La variabile cinese merita attenzione separata: se Pechino ha assorbito la crisi attingendo a 1,4 miliardi di barili di riserve senza subire shock significativi, il divario di resilienza energetica rispetto all’Europa appare strutturale, non congiunturale. Infine, la rapidità con cui il premio di rischio si è già ridotto a 79 dollari al barile suggerisce che i mercati scontano una tenuta dell’accordo: un’ipotesi che i prossimi mesi metteranno alla prova.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 18 giugno 2026


