Gli stati del Golfo verso Israele? La ricerca di autonomia dalla sicurezza americana

Sintesi
Secondo un’analisi del Quincy Institute, gli stati del Golfo stanno riconsiderando le loro strategie di sicurezza alla luce della guerra americana-israeliana contro l’Iran e dei successivi attacchi missilistici e con droni iraniani contro i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Sebbene rimanga improbabile che alcuno stato del GCC rompa i legami difensivi con Washington, le monarchie arabe del Golfo cercheranno con certezza partnership di sicurezza più ampie, accelerando un trend già in corso prima del febbraio 2026.
La domanda centrale è se Israele possa emergere come partner regionale di sicurezza affidabile, capace di offrire ai paesi del GCC una maggiore autonomia dagli Stati Uniti. Analisti come Daniel Levy, presidente dell’US/Middle East Project e ex negoziatore israeliano, sostengono che il «progetto Grande Israele» va oltre l’espansione territoriale, mirando a posizionare Israele come partner di sicurezza necessario sfruttando i crescenti timori dei paesi del Golfo verso l’Iran. Come potenza militare più avanzata della regione, con tecnologie sofisticate e capacità di intelligence, Israele attrae naturalmente alcune monarchie arabe. Paradossalmente, offre anche accesso indiretto ai decisori di Washington: storicamente, molti paesi del Golfo hanno corteggiato Israele per avvicinarsi agli americani e farsi rappresentare presso l’amministrazione statunitense.
Tuttavia, i paesi del GCC non sono monolitici. Agli Emirati Arabi Uniti, che hanno approfondito la partnership con Israele negli ultimi anni, si contrappongono Oman, Qatar e Arabia Saudita, meno favorevoli a una cooperazione più stretta con Tel Aviv. Bahrein e possibilmente il Kuwait potrebbero seguire Abu Dhabi. Il 26 aprile, secondo quanto riportato da Axios, Israele ha dispiegato segretamente un sistema Iron Dome negli Emirati all’inizio della guerra, la prima volta al di fuori di Israele o degli Stati Uniti, intercettando dozzine di missili iraniani. Questo riflette la percezione emiratina di insufficiente supporto da parte di altri paesi arabi e istituzioni regionali.
L’Arabia Saudita presenta un calcolo diverso: l’opinione pubblica rimane fermamente contraria a legami più stretti con Israele. Il Principe Ereditario Mohammed bin Salman comprende che accelerare la normalizzazione sarebbe molto impopolare, anche se non vi è simpatia verso l’Iran. Molti arabi del Golfo, in particolare i sauditi, continuano a vedere Israele come nemico o almeno minaccia strategica. Il Qatar, bombardato da Israele l’anno scorso, vede sia Tel Aviv che Teheran come minacce e probabilmente rafforzerà i legami con Arabia Saudita e Turchia. L’Oman, che cerca di rimanere ponte diplomatico tra Washington e Teheran, ha evitato azioni che potrebbero danneggiare le relazioni con l’Iran.
In sintesi, mentre gli Emirati, Bahrein e possibilmente il Kuwait si orientano verso Israele come partner di sicurezza, Arabia Saudita, Qatar e Oman difficilmente seguiranno. La ricerca di autonomia sta producendo un riallineamento irregolare, plasmato da pragmatismo e da vincoli sociali e politici persistenti. Qualsiasi allineamento con Israele rischia di erodere la legittimità interna, specialmente data la diffusa rabbia nel mondo arabo per la campagna israeliana a Gaza, che numerose organizzazioni per i diritti umani hanno qualificato come genocidio.
L’analisi del Quincy Institute evidenzia una frattura crescente all’interno del GCC che ha implicazioni dirette per la stabilità mediterranea e per gli equilibri che l’Italia monitora. La divergenza tra Emirati e Arabia Saudita non è solo tattica, ma riflette visioni opposte sulla natura stessa dell’ordine regionale: Abu Dhabi punta su frammentazione e alleanze asimmetriche, Riyadh su stabilità e status quo. Per la NATO, questo significa che il fianco sud-orientale dell’Alleanza non può più contare su un GCC coeso, complicando la deterrenza verso l’Iran e richiedendo una ricalibrazione dei rapporti bilaterali con i singoli attori.
Fonte: Quincy · Pubblicato il 1 maggio 2026




