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Il nodo libanese mette alla prova il Memorandum di Islamabad

Meno di quarantotto ore dopo la firma, l’accordo che avrebbe dovuto chiudere le ostilità tra Washington e Teheran era già sotto pressione. Il 18 giugno 2026 Stati Uniti e Iran hanno sottoscritto il «Memorandum di Islamabad», impegnandosi alla cessazione immediata e permanente delle ostilità, alla riapertura dello Stretto di Hormuz e all’avvio di sessanta giorni di negoziati per un accordo definitivo. Entro due giorni, l’Iran aveva richiuso lo Stretto. La ragione non era il fallimento dei colloqui sul nucleare, non ancora avviati, né una disputa sulle sanzioni: era il Libano, paese citato tre volte nella clausola di apertura del documento. Responsible Statecraft analizza le contraddizioni strutturali che rischiano di far naufragare l’intesa prima ancora che i negoziati entrino nel vivo.

L’articolo primo del Memorandum impone di «garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano», il che implica il ritiro delle forze israeliane. Israele occupa attualmente 234 miglia quadrate del sud del paese e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che le truppe resteranno «finché sarà necessario per proteggere il nostro popolo». Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich ha promesso una presenza israeliana in Libano per anni, indipendentemente dalle richieste americane. Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha esortato Netanyahu a dire a Trump che l’accordo non può essere rispettato.

Sul fronte opposto, Hezbollah non intende discutere il disarmo finché il territorio libanese è occupato. Il leader del movimento, Naim Qassem, ha definito il Memorandum una «grande vittoria» per l’Iran. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam si sono impegnati a ricondurre tutte le armi sotto il controllo statale, ma senza disporre né dei mezzi né del consenso politico necessari. Il presidente del Parlamento Nabih Berri, alleato strutturale di Hezbollah, è in posizione tale da bloccare qualsiasi quadro di disarmo.

A complicare ulteriormente il quadro, il Dipartimento del Tesoro americano ha documentato che l’Iran ha trasferito un miliardo di dollari a Hezbollah nei soli primi dieci mesi del 2025. Un accordo che allenta le sanzioni difficilmente prosciugherà questi flussi finanziari. Il 18 giugno il Tesoro ha sanzionato il funzionario di Hezbollah Mahmoud Qamati per aver coordinato il contrabbando di denaro dall’Iran al movimento.

Sul fronte del rafforzamento delle istituzioni libanesi, gli sforzi restano sproporzionati rispetto alla scadenza dei sessanta giorni. Le Forze Armate Libanesi (LAF) hanno ricevuto complessivamente tre miliardi di dollari di sostegno americano in oltre vent’anni, mantenute deliberatamente al di sotto della soglia che le renderebbe un contrappeso reale a Hezbollah, in applicazione della normativa statunitense che impone di preservare il «vantaggio militare qualitativo» di Israele. Francia e Stati Uniti hanno annunciato conferenze di sostegno alle LAF, ma la distanza tra le risorse disponibili e l’obiettivo dichiarato — disarmare Hezbollah — rimane considerevole, con il rischio concreto di guerra civile se si tentasse la via della forza.

Ciò che ha tenuto in vita l’accordo nella sua prima settimana caotica è stata la tenacia dei mediatori. Qatar e Pakistan hanno annunciato la creazione di una «cellula di de-conflittualizzazione» per il Libano, dopo diciotto ore di colloqui a Bürgenstock, in Svizzera. Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha elogiato i due paesi per la mediazione «instancabile». Un cessate il fuoco tra Hezbollah e Israele regge dal sabato precedente. La novità rilevante è che il quadro per la fine della guerra in Libano è ora direttamente collegato al negoziato nucleare e alle forniture energetiche globali: ogni operazione militare israeliana sul suolo libanese ha ripercussioni immediate sullo Stretto di Hormuz.

Il commento di GrNet.it

Può davvero una cellula di de-conflittualizzazione gestita da Qatar e Pakistan sostituire la leva politica diretta che Washington non riesce o non vuole esercitare su Israele? La risposta, per ora, è che ci sta riuscendo solo parzialmente: il cessate il fuoco regge, ma le posizioni di fondo restano invariate. Per l’Italia, che partecipa alla missione UNIFIL nel sud del Libano con circa milleduecento militari, la variabile più concreta non è la tenuta del Memorandum in sé, ma la stabilità operativa del teatro: ogni escalation tra Hezbollah e Israele ricade direttamente sulle condizioni di sicurezza del contingente. Il dato sui trasferimenti finanziari — un miliardo di dollari in dieci mesi nonostante le sanzioni — suggerisce che la capacità di Hezbollah di riorganizzarsi non dipende dall’esito del negoziato nucleare quanto dalla permeabilità dei canali finanziari, un elemento che nessuna conferenza di sostegno alle LAF è in grado di neutralizzare nel breve periodo.


Fonte: Quincy · Pubblicato il 23 giugno 2026

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