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Religione e strategia: il deficit di alfabetizzazione teologica nelle politiche occidentali

Dalla guerra del Golfo in poi, le pianificazioni occidentali hanno trattato la variabile religiosa come rumore di fondo, non come fattore strutturale. È questa la premessa da cui muove un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute (RUSI) il 25 giugno 2026, a firma di Andrzej Marszewski, che prende le mosse dall’ipotetica Operazione Epic Fury — una campagna di attacchi rapidi contro le infrastrutture nucleari e militari iraniane — per argomentare che l’Occidente sconta un deficit sistematico di comprensione teologica nelle sue valutazioni strategiche.

Il primo errore di lettura riguarda la struttura del potere iraniano. L’eliminazione della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, era stata concepita come mossa decapitante. Il risultato è stato l’opposto: avvenuta durante il mese sacro del Ramadan, l’uccisione ha trasformato Khamenei in martire, rafforzando le fazioni più intransigenti del regime e insediando al suo posto Mojtaba Khamenei, figura di orientamento ancora più rigido. La memoria politica sciita, radicata nel martirio di Husayn ibn Ali a Karbala nel 680 d.C., non elabora la sconfitta nei termini materiali propri della deterrenza occidentale: la sofferenza è narrata come resistenza giusta e segno di approvazione divina.

A questo si aggiunge la dimensione escatologica del mahdismo, dottrina che dal 1979 ha progressivamente assunto carattere di ideologia politica attiva all’interno delle strutture statali iraniane, incluso il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Marszewski avverte che il compito degli analisti non è classificare Teheran come attore irrazionale, bensì distinguere, caso per caso, se il linguaggio mahdista funzioni come convinzione letterale, retorica mobilitante, segnalazione fazionale o propaganda. La soglia di vittoria iraniana — sopravvivere a qualsiasi costo come prova di tenacia rivoluzionaria — non coincide con quella di Washington.

La dimensione religiosa non è però prerogativa esclusiva di Teheran. Sul versante americano, il pastore John Hagee ha pubblicamente inquadrato i raid in chiave profetica biblica, richiamando i testi di Ezechiele 38 e la guerra di Gog e Magog. La Military Religious Freedom Foundation ha raccolto denunce di militari statunitensi secondo cui alcuni comandanti avrebbero presentato il conflitto come parte del piano divino legato al ritorno apocalittico di Cristo. In Israele, la dipendenza del governo Netanyahu dai partner nazionalisti religiosi — tra cui il Partito Sionismo Religioso — ha conferito maggiore peso politico alle rivendicazioni teologiche su terra e sovranità, mentre movimenti messianici marginali, sostenuti da cristiani sionisti, promuovono la ricostruzione del Terzo Tempio.

Il terzo polo è il Vaticano. Papa Leone XIV ha definito «davvero inaccettabile» la minaccia di distruggere la civiltà iraniana e ha messo in guardia contro l’uso del nome di Dio in «narrazioni di morte». La tradizione cattolica della guerra giusta — elaborata da Agostino e Tommaso d’Aquino — pone test precisi: causa giusta, autorità legittima, intenzione retta, ultimo ricorso, proporzionalità e prospettiva ragionevole di pace. Critici cattolici dell’operazione contestano che nessuno di questi criteri sia stato soddisfatto, citando tra l’altro un attacco statunitense alla scuola di Minab che avrebbe causato oltre 120 vittime tra i minori, secondo quanto denunciato da Amnesty International. La Santa Sede, ricorda il testo, ha già dimostrato capacità di mediazione discreta, come nel caso del rilascio di personale navale britannico detenuto dall’Iran nel 2007.

La conclusione del RUSI non è che i governi occidentali debbano clericalizzare la politica estera, ma che l’alfabetizzazione religiosa sia parte integrante della competenza strategica: uno strumento per interpretare come clerici, comandanti e media di Stato armino il linguaggio teologico, non per accreditarne acriticamente i contenuti.

Il commento di GrNet.it

La lacuna che Marszewski descrive non è nuova per chi ha operato in teatri a forte connotazione confessionale: già nelle missioni in Afghanistan e in Libano era evidente che le categorie della deterrenza classica — costo, beneficio, soglia del dolore — non catturavano la logica di attori per i quali la perdita materiale può essere reinterpretata come conferma della propria missione sacra. Il punto più delicato dell’analisi riguarda la distinzione tra mahdismo come convinzione operativa e mahdismo come strumento di coesione interna: confondere i due livelli porta a sopravvalutare l’irrazionalità dell’avversario e a sottovalutare la sua capacità di calcolo pragmatico. Per le Forze Armate italiane, impegnate in contesti mediorientali nell’ambito di missioni multilaterali, questa distinzione ha ricadute concrete sulla valutazione del rischio e sulla gestione delle relazioni con le autorità locali. Resta aperta la questione di come integrare strutturalmente competenze di analisi religiosa nelle cellule di intelligence e pianificazione, senza ridurle a briefing occasionali affidati a consulenti esterni.


Fonte: RUSI · Pubblicato il 24 giugno 2026

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