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Il ritorno britannico nell’UE: un dibattito ancora tutto interno

A Londra si moltiplicano le voci favorevoli a un rientro del Regno Unito nell’Unione Europea, ma il dibattito resta confinato entro i confini nazionali, come se il consenso degli altri ventisette fosse un dettaglio secondario. È questa la premessa dell’analisi che Timothy Garton Ash ha pubblicato sull’European Council on Foreign Relations (ECFR), in occasione del decimo anniversario del referendum del 2016.

Il punto di partenza è una dichiarazione del ministro del Tesoro Lord Livermore, primo membro del governo britannico a sostenere pubblicamente il rientro nell’UE: «Naturalmente il Regno Unito rientrerà nell’Unione Europea perché è assolutamente nel nostro interesse economico nazionale». Una formula, nota Garton Ash, che presuppone di poter semplicemente bussare alla porta di Bruxelles e venire riammessi senza ulteriori negoziati.

Sul versante continentale, la prospettiva è assai diversa. Nei media europei e nelle conversazioni tra tedeschi e polacchi, tra italiani e portoghesi, il Regno Unito è quasi assente. L’unica eccezione riguarda la difesa e la sicurezza, dove Londra viene ancora riconosciuta come interlocutore rilevante. Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski — già anglofilo — si limita oggi a definire il Regno Unito un «fornitore di sicurezza».

L’UE, nel frattempo, non manca di candidati all’adesione. Sono già nove i paesi con status ufficiale di candidato, tra cui il Montenegro e l’Ucraina. In agosto l’Islanda terrà un referendum sulla ripresa dei negoziati di adesione, e in Norvegia si è riaperto un dibattito analogo. Una minoranza significativa all’interno dell’UE, secondo l’analisi, non accoglierebbe favorevolmente un ritorno britannico.

Sul piano dell’opinione pubblica interna, i sondaggi mostrano già una maggioranza stabile a favore del rientro, con il 68% dei giovani tra i 18 e i 34 anni favorevoli secondo dati Ipsos. Il candidato più probabile alla successione di Keir Starmer alla guida del governo laburista sarebbe Andy Burnham, sindaco della Grande Manchester, che potrebbe tuttavia restare vincolato alle attuali «linee rosse» del partito: nessun ritorno all’unione doganale, al mercato unico né alla libera circolazione delle persone.

La proposta avanzata nell’analisi è che il Labour si presenti alle prossime elezioni, previste entro il 2029, senza vincoli pregiudiziali, dichiarando l’obiettivo di raggiungere la relazione più vantaggiosa per il paese. Potrebbero rendersi necessari passaggi intermedi — come l’adesione al mercato unico — nella prossima legislatura, ma il percorso di persuasione democratica dovrebbe avviarsi subito.

Il nodo strutturale, secondo Garton Ash, è che il dibattito britannico continua a ignorare la prospettiva europea. Pochi parlamentari britannici saprebbero indicare la data della prossima riunione del Consiglio Europeo o descriverne le funzioni. L’agenda di quell’organo — Ucraina, Medio Oriente, bilancio settennale dell’UE, difesa, migrazione — mostra quanto sia affollato l’ordine del giorno dei ventisette, in cui il dossier britannico non occupa alcuno spazio prioritario. La classe politica di Londra, conclude l’analisi, dovrà imparare a «parlare europeo»: quella lingua multilinguistica in cui l’interesse nazionale si intreccia con una visione condivisa del futuro del continente.

Il commento di GrNet.it

Il ridimensionamento del Regno Unito a mero «fornitore di sicurezza» nella percezione di Varsavia è un segnale che vale la pena leggere con attenzione: indica che persino i paesi tradizionalmente più atlantisti dell’Europa centro-orientale hanno già ridisegnato le proprie geometrie di riferimento senza attendere Londra. Per l’Italia, che nel formato E3 ha storicamente bilanciato il peso franco-tedesco anche grazie alla presenza britannica, un eventuale rientro del Regno Unito nell’UE modificherebbe gli equilibri interni alle istituzioni europee in modo non necessariamente favorevole a Roma. La questione non è solo se Londra voglia rientrare, ma con quale peso specifico arriverebbe al tavolo e quali dossier — dalla politica agricola alla difesa comune — riaprirebbero negoziati che l’Italia considera chiusi. Vale quindi la pena che la diplomazia italiana segua l’evoluzione del dibattito britannico non come spettatore, ma come parte che ha interessi propri da tutelare in quella eventuale trattativa.


Fonte: ECFR · Pubblicato il 17 giugno 2026

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